Federico, ucciso dal padre con 37 coltellate. Per i giudici la responsabilità non è di nessuno

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Fonti ed evidenze: Il Fatto Quotidiano, Fanpage
Dopo 12 anni dalla morte di Federico, sua mamma Antonella non smette di combattere per avere giustizia.
fedrico barakat
Federico / Facebook Il Cinema e i Diritti
17 denunce, tre processi, 37 coltellate e 12 anni, questi i numeri del caso del piccolo Federico Barakat, ucciso dal padre a soli 9 anni durante un incontro protetto in una ASL. La mamma di Federico, Antonella Penati, aveva denunciato per ben 17 volte quell’uomo violento che cercava in tutti i modi di allontanare dalla sua vita ma soprattutto dalla vita del figlio. Aveva riportato ogni volta le aggressioni, le minacce e le violenze che Mohammed Barakat aveva avuto nei suoi confronti e nei confronti del figlio, ma come troppo spesso accade non era stata creduta quando aveva chiesto l’affidamento esclusivo.
Dal Ctu venne giudicata una “madre ipertutelante” nonostante nemmeno Federico volesse vedere il padre; “Mamma non voglio vederlo” le ripeteva il piccolo “lo dico io alle signorine dei servizi sociali, lo dico io al giudice” continuava a ripetergli Federico, ma Antonella non poteva sottrarsi al volere del giudice che aveva deciso che quell’uomo violento aveva il diritto di vedere suo figlio. Gli incontri tra i due si svolgevano all’interno dell’Asl di San Donato Milanese, e nonostante la donna avesse reso noto al personale sanitario della struttura il disturbo bipolare dell’ex compagno, le assistenti sociali costrinsero il bambino a vedere il padre. “Cosa vuole che succeda” le avevano detto, eppure Federico in quelle stanze ci è morto, attaccato con una violenza inaudita da colui che avrebbe dovuto proteggerlo per tutta la vita. Il 25 febbraio 2009, durante quella che avrebbe dovuto essere una visita sorvegliata, Mohammad ha dapprima sparato al figlio, poi non avendolo colpito lo ha raggiunto mentre fuggiva e lo ha accoltellato 37 volte, lasciandolo agonizzante per tutto il tempo della visita. 57 minuti dopo il primo colpo, Federico ha chiuso gli occhi per sempre. “Di chi è la colpa di quello che è successo a mio figlio?” si chiede da quel giorno Antonella, e da 12 anni aspetta ancora una risposta.
Secondo la Cassazione non sono responsabili della morte del piccolo Federico né i due assistenti sociali che presenziavano agli incontri, né l’educatore della Asl in quanto, come riporta l’avvocato di Antonella il dottor Sinicato, “La Suprema Corte affermò il principio secondo cui non si potesse individuare nessuna responsabilità in capo agli imputati perché il decreto del tribunale dei Minorenni che affidava il bambino al servizio sociale, era finalizzato a scopi educativi e non espressamente a tutela dell’incolumità psicofisica del minore” che sta a significare che il centro non aveva il compito di proteggere la vita del minore, ma solo di adempiere al compito di farlo incontrare con il padre. Antonella nonostante questa risposta non si da per vinta e si rivolge alla Corte Europea dei Diritti Umani facendo appello all’articolo 2 della Convenzione Europea dei diritti umani che protegge il diritto alla vita, in quanto “per la mancata adozione di misure preventive e di protezione di un bambino esposto all’incontro con il padre violento”. Anche in questo caso però la sua richiesta viene respinta sulla base delle stesse motivazioni che avevano portato all’assoluzione in Italia.
“Un pericoloso precedente che solleva un’istituzione dall’obbligo di garantire l’incolumità fisica di un minore in custodia” ha commentato l’avvocato, nonostante questo Antonella non vuole gettare la spugna e ha richiesto appello alla Grande Camera di Strasburgo per la riapertura del fascicolo di Federico; ora la speranza per lei e per i membri dell’associazione da lei fondata “Federico nel Cuore”, è che tale appello venga ascoltato, considerato che solo il 5% dei ricorsi ottiene esito positivo a Strasburgo. Nella sua battaglia Antonella è appoggiata dall’Unione donne italiane, Cgil, Cisl, Uil e dall’associazione Donne in rete contro la violenza. In occasione della conferenza stampa organizzata dall’associazione ‘Federico nel Cuore’, Antonella ha dichiarato “La sentenza ha confermato che lo Stato italiano non ha alcuna responsabilità ed è necessario sollevare l’opinione pubblica e la coscienza pubblica su questo caso. Se uno Stato non è obbligato a tutelare i bambini chi li deve proteggere? Lo Stato ha preteso di avocare a sé la decisione di organizzare gli incontri, dopo aver limitato la responsabilità genitoriale e aver ignorato gli appelli della madre a tenere nella dovuta considerazione i precedenti e la pericolosità del padre, e ora pretende di non aver commesso errori” e continua “di chi è la colpa di quello che è successo a mio figlio?”.
Questa non è la prima volta che la Magistratura prende delle decisioni incomprensibili e dai risvolti potenzialmente pericolosi in casi di violenza su minore, come nel caso di Denise Pipitone, ma la speranza è che si arrivi presto ad una condanna, per poter liberare l’animo di mamma Antonella e restituire un minimo di fiducia nelle istituzioni a tutti coloro che la stanno appoggiando e aiutando nella sua battaglia.

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