Morte di Marco Vannini, ora Federico Ciontoli si difende e incolpa il padre: “Deve pagare”

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Fonti ed evidenze: Repubblica, Fanpage

Federico Ciontoli, condannato a 9 anni e 4 mesi per concorso anomalo in omicidio volontario per la morte di Marco Vannini, si difende: “Devo raccontare come sono andate veramente le cose“.

federico ciontoli marco vannini
Marco Vannini/Facebook

E’ attesa per il prossimo 3 maggio la sentenza della Corte di Cassazione sull’omicidio di Marco Vannini, morto la sera del 17 maggio del 2015 mentre si trovava a Ladispoli, nella casa della fidanzata Martina Ciontoli, insieme al padre della ragazza Antonio, la madre Maria, il fratello Federico e la fidanzata di quest’ultimo Viola. Ad ucciderlo, un colpo d’arma da fuoco sparato da Antonio che ha ammesso di aver premuto il grilletto “per gioco“, con la convinzione che l’arma fosse scarica. Eppure, secondo quanto ricostruito in fase di indagine e durante i processi, il ritardo nei soccorsi – calcolato dai giudici in 110 minuti – sarebbe stato decisivo per la morte di Marco, che con una chiamata più tempestiva si sarebbe potuto salvare.

Gli imputati hanno messo in atto depistamenti“, hanno scritto i giudici della Seconda Corte di Assise di Appello nelle motivazioni della sentenza che ha portato a quattro condanne: 14 anni ad Antonio Ciontoli per omicidio volontario con dolo eventuale e 9 anni e 4 mesi alla moglie e ai due figli per concorso anomalo in omicidio volontario.

Ora, a pochi giorni dal pronunciamento che potrebbe chiudere – dal punto di vista giudiziario – la vicenda, Federico Ciontoli – figlio di Antonio – parla del processo e della morte di Marco, spiegando di non voler sfuggire alcuna responsabilità: “Se la Cassazione sceglierà che io debba andare in carcere, ci andrò perché è giusto che sia così“, dice nel corso di un’intervista rilasciata al sito Fanpage. Eppure, prosegue il trentenne, la ricostruzione emersa dai processi è ben distante dalla realtà dei fatti: “E’ importante raccontare come sono andate veramente le cose“, afferma.

Una delle ragioni per cui i familiari di Antonio Ciontoli sono stati ritenuti colpevoli di concorso in omicidio è basata sull’assunto che, all’interno di una casa, è impossibile non rendersi conto del rumore di uno sparo. Tesi smentita da Federico, secondo il quale “stiamo parlando di un’arma maltenuta e con all’interno proiettili dell’82. Quando c’è stato lo sparo io mi trovavo in camera mia con Viola. Stavamo vedendo un film sul letto, la porta era chiusa e quando ho sentito quel rumore non ero neanche sicuro che provenisse da casa mia. Mi sono deciso ad alzarmi quando ho sentito subito un vociare provenire dal bagno“.

Altra questione decisiva riguarda l’arrivo dei soccorritori del 118, oltre un’ora dopo il ferimento di Marco. Al loro arrivo, nessuno della famiglia Ciontoli spiega loro che il ragazzo è stato vittima di un colpo d’arma da fuoco. Secondo il barelliere e l’infermiera arrivati nella villetta di Ladispoli, tutta la famiglia era presente quando Antonio continuava a parlare di un attacco di panico e di un “buchino” provocato da un pettine.

Sono sceso insieme a Viola per fare cenno all’ambulanza che non trovava la nostra abitazione. Mi sono accorto che la mia macchina si trovava davanti al cancello e sono andato a spostarla“, racconta invece Federico, sostenendo di non essere stato in casa nel momento in cui il padre costruiva un castello di assurde bugie. “Io al loro arrivo non ero in casa e non c’era neanche Viola. Lo ha dichiarato anche mio padre, con lui c’erano solo mia madre e mia sorella“.

Federico Ciontoli non ha dubbi sulla posizione del padre: “Lui è giusto che paghi, è giusto che paghi perché la vita di una persona, Marco non c’è più per una cazzata, per uno scherzo del cazzo“. Però, prosegue il figlio dell’omicida “Non è giusto inventare una storia affinché paghi di più, non si può dire che c’è stato un clan. Io non sarei mai stato complice di mio padre nel far soffrire una persona, figuriamoci nel farla morire“, racconta ancora il trentenne, che spiega di aver reagito molto male alla scelta del padre di fare ricorso contro la condanna a 5 anni per omicidio colposo, inizialmente comminatagli: “Non ci siamo parlati e visti per mesi; presentare ricorso dopo quella condanna era assurdo e irrispettoso“, ricorda Federico. Infine, l’appello ai genitori di Marco: “Io non so se loro riusciranno mai a perdonarmi per il fatto di non essere riuscito a salvare il loro figlio. Sono stato stupido, ingenuo, ho creduto alle bugie ma questo è quello che sono riuscito a fare quella sera“.

 

 

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