Donna muore dopo l’intervento ai polmoni, e si scopre che il donatore era un malato Covid

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Fonti ed evidenze: Messaggero, Fanpage

Una donna è morta di Covid due mesi dopo un trapianto di polmoni: gli organi provenivano da un donatore poi risultato positivo al virus. 

Muore di Covid dopo trapianto di polmoni: il donatore era positivo
Octavio Passos/Getty Images/Archivio

Una lunga malattia, l’attesa per un trapianto di polmoni, l’operazione che dovrebbe rappresentare la fine dell’incubo. E che invece si rivela essere una sentenza, una condanna a morte. E’ quanto emerso da un recente studio che ha accertato come una donna, morta a due mesi dal un doppio trapianto di polmone, sia deceduta perché il donatore era positivo al Coronavirus: si tratta del primo caso comprovato di trasmissione da trapianto di organi. Un drammatico evento che ha sollevato grandi polemiche, facendo emergere seri dubbi sul livello di controlli e verifiche effettuati, prima dei trapianti, sui potenziali donatori.

Secondo i ricercatori che hanno condotto lo studio, anche uno dei chirurghi che ha maneggiato i polmoni del donatore sarebbe poi risultato infetto: una circostanza che dimostra “l’origine del donatore dell’infezione, del ricevente e dell’operatore sanitario“. Il caso, avvenuto in Michigan, rappresenta ad oggi l’unico episodio di trasmissione del Coronavirus su un totale di oltre 40.000 trapianti effettuati nel 2020 e, secondo quanto emerso dalla ricerca effettuata dalla “Kaiser Health News” rappresenterebbe un caso isolato. E così, mentre in Italia si discute sulle misure da adottare per limitare i contagi e sulla pericolosità delle varianti, dagli USA arriva questa storia sconcertante.

I polmoni oggetto di trapianto provenivano da una donna dell’Upper Midwest statunitense deceduta in seguito a una grave lesione cerebrale riportata in un incidente d’auto. Dopo la sua morte, gli organi interni sono stati trapiantati su una donna – di cui la ricerca ha scelto di non rendere nota l’identità – affetta da una malattia polmonare cronica nota come BPCO. L’operazione si è svolta presso l’ospedale universitario di Ann Arbor e, secondo quanto riferito dal dottor Daniel Richard Kaul – direttore del Transplant Infectious Disease Service presso l’Università del Michigan Medical School – prima del trapianto erano stati regolarmente effettuati dei controlli che, attraverso gli esami effettuati su donatori e riceventi di organi – tutti erano risultati negativi al Covid.

Non avremmo assolutamente usato i polmoni se avessimo avuto un test Covid positivo“, ha spiegato Kaul a Kaiser Helath News, aggiungendo poi che “tutti controlli che normalmente facciamo e siamo in grado di fare, li abbiamo fatti“. Ad appena tre giorni di distanza dal trapianto, però, la donna avrebbe iniziato a veder peggiorare le proprie condizioni, con lo svilupparsi di un’infezione polmonare.

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La decisione di inviare alcuni campioni dei polmoni della paziente per effettuare un test di positività al Coronavirus è stata presa quando la donna ha iniziato a presentare uno shock settico e l’esame, a quel punto, è risultato positivo, nonostante tutte le informazioni disponibili sulla donatrice avessero confermato la sua negatività al virus: “L’anamnesi ottenuta dalla famiglia non ha rivelato precedenti di febbre, tosse, mal di testa o diarrea recenti. Non è noto se il donatore abbia avuto esposizioni recenti a persone note o sospettate di essere infette da SARS-CoV-2“, si legge nello studio.

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Da uno screening genetico effettuato è poi emerso che “sia il ricevente del trapianto sia il chirurgo hanno preso il Covid dai polmoni del donatore“. Una positività che è costata la vita alla donna, deceduta 61 giorni dopo aver ricevuto il tanto atteso trapianto. Lo studio conclude dunque che l’infezione di origine donatrice da Covid-19 “ha implicazioni significative per la salute del ricevente” oltre che per gli operatori sanitari che, a loro volta. risultano esposti al rischio di contrarre il virus. Per questo, si legge ancora nello studio, “i centri di trapianto e le organizzazioni per l’approvvigionamento di organi dovrebbero considerare la possibilità di eseguire test SARS-CoV-2 su campioni del tratto respiratorio da potenziali donatori di polmoni“.

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