Se ti ammali di tumore o per Cononavirus non importa, puoi sempre essere licenziato

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Il decreto Cura Italia approvato ad aprile non teneva conto dei problemi clinici causati dall’infezione da Covid-19. Ma ora che questa caratteristica è è ampiamente documentata dalla casistica, la legge si dovrà adeguare per proteggere i lavoratori

Con la fine delle vacanze e il ritorno al lavoro per tutti quei lavoratori che non si possono permettere di lavorare da casa – con il cosiddetto smart working, – iniziano anche i problemi legati al nuovo Coronavirus. Non solo il rischio di rimanere contagiato nel luogo di lavoro, ma anche tutti i problemi, non solo fisici ma anche economici, che potrebbero derivare per quelli che sono stati effettivamente contagiati. Sulla tutela dei lavoratori in caso di contagio, il ministero del Lavoro ha ribadito che il decreto “Cura Italia” prevede una norma specifica che esclude i giorni di malattia Covid-19 dalle assenze. Ma la vicenda, come fa sapere il Fatto Quotidiano, è più complessa. Non solo: apre anche un dibattito inedito nel mondo giuridico e scientifico, che potrebbe portare all’adozione di misure diverse da quelle attuali, per quanto riguarda la tutela dei lavoratori durante la pandemia. La Legge vigente, approvata ad aprile, equipara il periodo di quarantena alla malattia, per cui il dipendente sottoposto a “sorveglianza attiva” o in “permanenza domiciliare fiduciaria” può restare a casa, essendo normalmente retribuito, e figurando in malattia, senza quindi lo scatto dei giorni di assenza – che potrebbero portare al licenziamento per giusta causa. È il certificato Inail, nel riconoscere l’infortunio sul lavoro – ovvero il contagio da Covid, – a consentire al lavoratore di non essere licenziato.

Ma il nodo dei “post-covizzati” non si risolve. Come racconta LA7 in un servizio di “L’Aria che tira”, l’infezione può essere un vero calvario. E il caso di Fabrizio Fraschini è emblematico del tipo di problema che i lavoratori contagiati potrebbero affrontare con la ripresa della vita lavorativa. Il dipendente, che lavora da 33 anni nel punto vendita Famila di Casalpusterlengo, nel Lodigiano, prima ha subito la polmonite, poi una convalescenza durissima, fino ad arrivare al licenziamento dal supermercato. Tra 17 mesi sarebbe andato in pensione. Per questo molti si stanno organizzando anche in associazioni per combattere la nuova battaglia sul lavoro: la tutela dal licenziamento. Il rischio di ritrovarsi in situazioni al limite della crudeltà, come successo a Fraschini, è così alto che la Lombardia ha deciso di venire incontro a questi lavoratori, ed ha prorogato fino al 31 dicembre la gratuità delle visite e degli esami di controllo. Il problema del post-Covid non era stato preso in considerazione dai primi decreti, perché all’epoca non erano chiare le conseguenze dell’infezione sulla salute dei contagiati. “Dopo sei mesi di assenza”, conferma Aldo Bottini, presidente dell’Associazione dei Giuslavoristi italiani,   “il dipendente può essere licenziato per giusta causa, come succede, purtroppo, a chi ha un tumore”.

Alla luce di quanto emerso in questi mesi di pandemia, è evidente che si dovrà trovare una soluzione giuridica diversa che tuteli i lavoratori da un licenziamento ingiusto. Perché oggi è più che sufficientemente documentato come molte persone che hanno superato l’infezione sviluppino vere e proprie patologie del sistema cardiaco, cardiocircolatorio e polmonare. Patologie che vanno ad allungare di fatto il periodo di malattia, con il rischio per i lavoratori di essere licenziati per giusta causa. Ora che i dati scientifici sulle conseguenze della malattia diventano sempre più chiari, è ora che anche le leggi si adeguino alla realtà.

Fonte: Il Fatto Quotidiano, LA7

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