La morte di Selavdi Shehaj, colpito dagli spari di un sicario su una spiaggia di Torvaianica in pieno giorno, deve far riflettere sulla presenza delle mafie a Roma.

 

Non sono bastati gli interventi chirurgici per provare a salvarlo. Selavdi Shehaj, conosciuto da tutti come “Simone”, è deceduto ieri, martedì 22 settembre. L’uomo aveva 38 anni ed era di origini albanesi. Nella mattinata di domenica scorsa, 20 settembre, si trovava sulla spiaggia di Torvajanica quando è stato colpito da due proiettili. Shehaj aveva precedenti per droga e a sparargli è stato un sicario con il volto coperto. Il killer è arrivato su uno scooter guidato da un complice sul lungomare delle Sirene nello stabilimento balneare Bora Bora Beach. Dopo gli spari “Simone” è caduto in acqua ed è stato subito soccorso dalla sua compagna, che gestisce il lido. Da lì è stato portato nel reparto di rianimazione dell’ospedale San Camillo di Roma, dove è stato sottoposto ad alcune operazioni alla schiena e al collo che sembrava potessero salvarlo. Tuttavia nei due giorni successivi il quadro clinico si è aggravato. Ora, fa notare quindi il Corriere della Sera, cambia l’imputazione nei confronti dei killer, che devono ancora essere identificati. Saranno accusati di omicidio. Sul caso, avvenuto in pieno giorno davanti a decine di bagnanti, indagano i carabinieri del Gruppo di Frascati, coordinati dai magistrati della Direzione distrettuale antimafia di Roma.

Il particolare metodo con cui Shehaj è stato ucciso ricorda un’esecuzione, una sorta di regolamento dei conti, e questo spinge senza dubbio a fare una riflessione sulla presenza radicata della criminalità organizzata nella Capitale. Nonostante a Roma la mafia sia sempre stata trattata come un fenomeno marginale, il problema esiste ed è sempre più evidente, come spiega Roberto Saviano attraverso le pagine di Repubblica. E non si tratta solo dei clan locali, a cui le grandi organizzazioni hanno lasciato il controllo delle strade, come “i Casamonica, gli Spada a Ostia, ma anche i Piscitelli“, sostiene lo scrittore. Bisogna piuttosto parlare delle grandi organizzazioni criminali che comandano la città: “‘ndrangheta, camorra e Cosa nostra“, sottolinea. Nell’argomentare la sua tesi, Saviano fa un parallelo tra l’uccisione di Torvaianica e l’agguato avvenuto nel 2012 sulla spiaggia di Terracina ai danni di “un camorrista di seria caratura, Gaetano Marino, all’epoca marito di Tina Rispoli”. Le modalità furono le stesse: su una spiaggia, davanti a tutti, senza che ci fosse alcuna particolare risposta della società civile o alcun dibattito politico, e questa è, secondo lo scrittore, “la prova reale che Roma è a tutti gli effetti territorio di mafia“.

Fonte: Corriere della Sera – La Repubblica

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