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Legge per contrastare la violenza sulle donne, la Sinistra non approva

ULTIMO AGGIORNAMENTO 18:31
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Il 17 luglio scorso la Camera dei Deputati ha approvato il disegno di legge – voluto dai Ministri della Giustizia e della Pubblica Amministrazione, Alfonso Bonafede e Giulia Bongiorno – sui delitti domestici e di genere. Con 197 voti a favore  nessun no e 47 astenuti  è passata la legge che, dopo anni,  allinea l’Italia ai precetti stabiliti dalla Convenzione di Istanbul. Il ddl si compone di 21 articoli che individuano un catalogo di reati ,e vanno a modificare il codice penale e le sue procedure. Entreranno in vigore oggi 9 agosto.

Violenza sulle donne, il Codice Rosso è legge

Da oggi le donne saranno più protette, ci ricorda l’Adnkronos, non solo a parole. Entra infatti in vigore il ddl “Codice Rosso” un punto di svolta contro la violenza domestica e di genere. Un traguardo che, sulla carta, avrebbe potuto rappresentare una delle pochissime occasioni di voto unitario, visto il tema trattato. E invece no, qualcosa ha diviso le forze politiche, ancora una volta: hanno votato a favore M5S, Lega, Forza Italia, Fdi e Gruppo delle Autonomie. Si sono astenuti Partito Democratico e LeU. Per comprendere il motivi di questa divisione cerchiamo di capire cosa prevede la nuova normativa, e le obiezioni mosse da che ha rifiutato di sostenerla.

Stalking, maltrattamento e violenza sessuale

Vengono inasprite le sanzioni previste sul delitto di maltrattamenti contro familiari e conviventi: passano infatti da un minimo di 3 e a un massimo di 7. Anche per l’ipotesi di stalking le pene previste sono più pesanti: si passa da un minimo di un anno a un massimo di 6 anni e 6 mesi. La violenza sessuale verrà punita con una pena ricompresa tra i 6 e i 12 anni. In caso di violenza sessuale di gruppo la condanna sale fino a 14 anni. Viene inoltre esteso il termine concesso alla persona offesa per sporgere querela, dagli attuali 6 mesi a 12 mesi.

Accelerazione dei tempi procedurali

Gli articoli da 1 a 3 del ddl intervengono sul codice penale e prevedono che la Polizia Giudiziaria, acquisita la notizia di reato, riferisca immediatamente, anche in forma orale gli eventi denunciati al Pubblico Ministero, che entro 3 giorni dovrà ascoltare la denunciante. Questo per evitare che reati come maltrattamenti, violenza sessuale, stalking e lesioni aggravate, commessi in contesti familiari o di convivenza, si reiterino senza interventi tempestivi da parte delle autorità.

Introduzione di 4 nuovi reati

Viene introdotto il delitto di diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti senza il consenso delle persone rappresentate. E’ questo quello che viene definito revenge porn, ossia la tendenza, sempre più diffusa, di rendere pubbliche immagini intime del proprio partner per fini vendicativi. Un delitto in ascesa, purtroppo, che verrà punito con la reclusione da uno a sei anni e la multa da 5 mila a 15 mila euro.

Il reato di deformazione dell’aspetto della persona mediante lesioni permanenti al viso, verrà sanzionato con la reclusione da 8 a 14 anni. Quando, per effetto  di questo delitto, si provoca la morte della vittima, la pena prevista è l’ergastolo.

Il delitto di costrizione o induzione al matrimonio, sarà punito con la reclusione da 1 a 5 anni. La legge dispone che il reato sia punito anche quando il fatto è commesso all’estero, da cittadino italiano o da straniero residente in Italia. Vengono trattate anche le aggravanti: la pena è aumentata se i fatti sono commessi ai danni di un minore di 18 anni , aumentata da 2 a 7 anni se viene colpito un minore sotto i 14. Si è voluto così contrastare, in attesa di una legge organica, il fenomeno delle spose-bambine e dei matrimoni precoci e forzati.

La violazione dei provvedimenti di allontanamento dalla casa familiare e del divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa, vengono sanzionati con la detenzione da 6 mesi a 3 anni. Viene inoltre anche introdotta la possibilità di utilizzare braccialetti elettronici.

Una legge attesa da 7 anni

Non sono mancate le critiche alla legge da parte degli esponenti di Pd e Leu, che l’hanno giudicata sbagliata su quasi tutti i fronti. La sensazione che ne evince è quella di una critica a priori, quando su una questione del genere il colore politico dovrebbe essere coperto da un lenzuolo bianco. Critiche faziose che non riconoscono lo sforzo e l’enorme impegno profuso dal Governo e dai lavori in Aula per stabilire una legge che potrebbe, all’atto pratico, risultare insufficiente ma che comunque costituisce un primo passo verso un cambiamento. Che qualcosa cominciasse a muoversi in Italia, l’Europa lo aspettava e lo chiedeva da anni. Così, mentre nel 2012 sottoscrivevamo la Convenzione di Istanbul, nel 2013 registravamo il picco delle vittime: 179. Una ogni 2 giorni. Eppure ci sono voluti la bellezza di 6 anni per muovere i primi passi verso una qualche forma di tutela legislativa, perché tra i vari governi tecnici e regolarmente eletti, nessuno mai aveva considerato il problema come un’ emergenza reale.

Le critiche

Ma veniamo alle critiche: “Nel codice rosso non s’investe un euro per la formazione di forze dell’ordine e personale giudiziario ,terribilmente necessaria” . A parlare è Raffaella Palladino presidente di  D.I.R.E, la più grande rete nazionale di centri anti-violenza. La Palladino fa chiaro riferimento alla clausola d’invarianza finanziaria, contenuta nell’ultimo articolo. E tuttavia la critica non appare fondata: perché non variare non significa 0 euro. Tale clausola stabilisce che i fondi e gli stanziamenti già disposti per questa materia, non vengano cambiati oltre la misura già prevista.  A tal proposito l’art. 8 del Codice Rosso pone una modifica in materia di misure a favore degli orfani speciali e delle famiglie affidatarie. Esso stabilisce che la dotazione del Fondo – previsto dal decreto legge 29 dicembre 2010, n. 225 –  venga incrementata di 5 milioni di euro per l’anno 2019 e di 7 milioni di euro annui a decorrere dall’anno 2020. Questi fondi serviranno per l’erogazione di borse di studio in favore degli orfani vittime di violenza domestica, per il finanziamento d’ iniziative di orientamento per la formazione , il sostegno e l’inserimento nell’ambito del lavoro. Serviranno inoltre, per sostenere le famiglie affidatarie e per la copertura dei maggiori oneri derivanti dall’attuazione delle disposizioni.

Il caso di Anna Rosa Fontana

E’ vero, non ci sono stanziamenti per le Forze dell’Ordine, che dovrebbero soltanto continuare a svolgere il loro lavoro, e farlo nel migliore dei modi. Spesso nel corso di questi anni, abbiamo sentito denunciare per bocca  di chi stava dall’altra parte, la superficialità con la quale venivano accolte le segnalazioni. E’ il caso, emblematico, di Anna Rosa Fontana, che dopo ben 19 denunce e un primo tentato omicidio, dopo un’ordinanza restrittiva che imponeva una distanza di 300 metri e vietava ogni tipo di contatto, veniva assassinata. Era il 7 dicembre. Il giorno della sua morte chiamò i carabinieri  per ben 3 volte: “mi sta seguendo, ho paura per la mia persona, vi prego venite sarà a una trentina di metri da me […] mi sta minacciando al telefono. Per favore richiamatelo all’ ordine”. Nessuna volante passò a verificare la situazione se non dopo la chiamata che ne denunciava la morte in strada. E’ vero che il Governo dovrebbe stanziare nuovi fondi per creare competenza, comprensione immediata delle criticità e tempestività nel trattare casi simili, ma appare altrettanto vero che una legge con una o più lacune è pur sempre meglio dell’assenza di normativa,

Le critiche del CSM

“Nel testo ci sono criticità da correggere. Quella principale è il termine troppo rigido di 3 giorni entro il quale il pm deve ascoltare la donna che denuncia. Un automatismo che rischia di creare un inutile disagio psicologico alla vittima…” . A parlare è la Commissione del Consiglio Superiore della Magistratura, e a riferire queste parole è Laura Boldrini. La ex Presidente della Camera in un breve video pubblicato da Repubblica fa sue tutte le dichiarazioni fatte contro l’emendamento, per giustificare l’astensione sua e di tutti i compagni.  Ebbene: non tutte le critiche appaiono fondate. A tal proposito è sicuramente interessante il punto di vista di una vittima sopravvissuta al suo carnefice, che ha rilasciato un’intervista a Fan Page. Parliamo di Lidia Vivoli,  che sette anni fa sopravvisse alle ferite inferte con una forbice dal suo ex compagno . Racconta come le tornò utile il fatto di essere stata ascoltata dopo 2 giorni dall’ accoltellamento:  “Codice Rosso prevede che la vittima denunciante vada ascoltata entro tre giorni. Beh, io fui sentita dopo due giorni e questa fu una cosa utile” . E mentre la presidente di D.I.R.E ha mal di pancia poiché i centri anti-violenza non sono stati interpellati nella compilazione dell’emendamento, in quanto conoscitori attenti e sensibili delle necessità delle vittime, noi ci limiteremo a riportare quello che racconta chi nei centri anti-violenza c’è stato per davvero: “Signori miei, ma lo vogliamo capire qual è lo stato di una vittima? È ovvio che sia stressata, è ansiosa, che abbia paura del mondo. Sono tutte scuse per alimentare il business delle case famiglia, quando invece una donna avrebbe bisogno di un aiuto individuale […]. Nelle case famiglia non c’è libertà, non c’è privacy, non c’è una stanza singola, non c’è neanche la chiave per il bagno. Anche i pentiti, che sono criminali, quando iniziano a collaborare vengono protetti, garantiti e curati, molto meglio. Si premia il criminale e non la donna che denuncia, che viene di fatto, punita […] Rinchiusa”.  E’ sempre Lidia Vicoli che parla. Dunque nessuna conclusione affrettata sul punto, ma ci concediamo il beneficio del dubbio. La storia attuale insegna che,  spesso, dietro tragedie collettive – si consideri la faccenda dei centri di accoglienza per l’immigrazione – il “benefattore” è colui che in primis intende beneficiare delle opportunità offerte dalla legge, anche finanziarie.

Cosa significa questo decreto, ora

Questo decreto segna una svolta importante, un primo passo verso un pensiero che sta maturando. In Italia le donne sono più numerose degli uomini e hanno livelli d’ istruzione più elevati, ciò nonostante gli impegni familiari ancora oggi gravano quasi esclusivamente sulle donne. Nel nostro Paese l’81% delle donne cucina e svolge lavori domestici quotidianamente, e il 97% si prende cura ogni giorno dei figli. Siamo ancora molto lontani dalla parità di genere. E’ vero: un decreto legge non può bastare, è l’atteggiamento che deve cambiare. E’ il messaggio che passa tutti i giorni e ovunque: per strada, in televisione, tra i discorsi della gente. E’ l’idea profondamente radicata  che le donne debbano appartenere per forza a qualcuno: a un uomo, ai figli, alla casa, allo Stato. Le donne oggi muovono passi verso l’indipendenza economica, sociale ed emotiva, ma è difficile avendo un salario dimezzato a parità di mansione rispetto a un uomo. Se  girando per strada o guardando la tv, l’immagine della donna è proposta solo per le sue forme, a uso e consumo della popolazione maschile. Eppure li cresciamo noi. Forse è questo che è sbagliato. Forse è il caso gli uomini comincino a crescere e a occuparsi, anche loro , di quelli che saranno gli uomini di domani. Forse così, con il prossimo cambio di generazione, si potrà notare qualcosa nelle speranza che le donne maltrattate, offese e uccise, grazie anche al Codice Rosso, siano un giorno soltanto un ricordo.

Fonte: Repubblica, FanPage

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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