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Condannato il figlio di Giovanni Rana: “Offese ripetute ad un collaboratore”

ULTIMO AGGIORNAMENTO 12:30
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Gian Luca Rana, figlio del noto imprenditore Giovanni,  ha chiamato per anni un suo dipendente con un appellativo discriminatorio. 

Gian Luca Rana condannato
Giovanni Rana con suo figlio, Gian Luca

Non tira buon vento in casa Rana. Il pastificio del noto imprenditore italiano Giovanni Rana, dal 1960 tra i leader assoluti nel mercato della pasta fresca, sembra avere guai da risolvere. Per anni Gian Luca, junior dei Rana e Amministratore delegato dell’azienda, ha chiamato un manager con un appellativo discriminatorio. “Finocchio“, questo il termine più volte indirizzato a un collaboratore dell’azienda.

Il manager, una volta risolto il rapporto di lavoro, lo ha denunciato, chiamando in causa il Pastificio Rana per “condotta vessatoria”. I giudici hanno accertato che, per diversi anni, Gian Luca chiamava “finocchio” un suo manager, in diverse occasioni. “Dare ripetutamente e pubblicamente del finocchio a un dipendente arreca concreto e grave pregiudizio alla dignità del lavoratore nel luogo di lavoro, al suo onore e alla sua reputazione”, questo quanto stabilito dalla sentenza.  La Cassazione ha infatti confermato la decisione con cui la Corte d’Appello di Venezia, ribadendo la condanna del Tribunale di Verona, aveva respinto il ricorso del Pastificio, chiamato a sua volta in causa dal manager offeso.

Gian Luca Rana aveva sostenuto, difendendosi, che il termine era riferito a un’espressione banale, “usata in un contesto di un clima scherzoso in ambiente di lavoro”. Secondo quanto ha riassunto la Suprema Corte, nell’ordinanza pubblicata ieri, “il legale rappresentante della ditta ha pronunciato ripetute offese sulla presunta omosessualità del dirigente, sistematicamente apostrofato col termine finocchio”, si legge.

I legali di Gian Luca Rana ribadiscono invece che il clima scherzoso è testimoniato anche dalla mancata reazione del manager alle ingiurie. Non ci sarebbe stata quindi – questa la difesa – né irrilevanza né inoffensività nella condotta del superiore verso un dipendente. Ragioni rimaste inascoltate e ritenute infondate, per la Cassazione. Il dipendente avrebbe taciuto solo per inferiorità gerarchica, temendo danni per la propria carriera. Avrebbe inoltre lavorato in uno “stato d’ansia e di stress, con un pregiudizio gravante sulla sua relazione, sulla sua dignità e sulla sua professionalità“. I giudici hanno disposto un risarcimento pari a sei mensilità di stipendio, alle quali vanno aggiunti 5 mila euro per le spese di giudizio, come riportato dall’Ansa.

Questione simile toccò, nel 2013, a Guido Barilla, imprenditore della concorrenza. L’azienda, infatti, non dava spazio agli omosessuali nei propri spot pubblicitari. “Non faremo pubblicità con omosessuali perché a noi piace la famiglia tradizionale”, disse Barilla. “Se i gay non sono d’accordo, possono sempre mangiare la pasta di un’altra marca“, scatenando un fiume di polemiche, da parte di associazioni gay ed esponenti del mondo politico simpatizzanti per le famiglie arcobaleno. Da lì a poco tempo, la linea dell’azienda cambiò nettamente strada, tanto che il brand italiano si è schierato in prima fila nella difesa dei diritti dei gay, transgender e delle loro famiglie.

Fonte: Ansa