Home Cronaca Ciontoli: “Io, vittima dell’odio. Le persone giudicano senza sapere”

Ciontoli: “Io, vittima dell’odio. Le persone giudicano senza sapere”

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Antonio Ciontoli, la sentenza che riduce la sua pena a 5 anni fa discutere. Ma lui si sente vittima dell’odio. 

Antonio Ciontoli: "Non volevo uccidere Marco Vannini"

La sentenza a carico di Antonio Ciontoli ha scatenato un vero e proprio caos. Persone, Istituzioni – il Sindaco di Cerveteri, il Ministro della Giustizia Bonafede, e il Ministro della Difesa Elisabetta Trenta – e soprattutto i genitori di Marco Vannini hanno gridato allo scandalo. Era il 18 Maggio 2015, il ventenne era ospite a casa dei genitori della fidanzata, a Ladispoli. Nell’appartamento c’erano Marco e alcuni componenti della famiglia Ciontoli: la sua fidanzata Martina; Federico, il fratello; Antonio Ciontoli con la moglie e la fidanzata di Federico, Viola Giorgini, assolta in entrambe le sentenze. Poi, un colpo, partito per sbaglio dalla pistola del Ciontoli, Sottoufficiale della Marina, che ha colpito il braccio e il cuore del ragazzo, morto dopo ore di agonia.

Già la prima sentenza aveva dato il via a rimostranze pesantissime, sui social. Migliaia di persone hanno sentito quel ragazzo, Marco, come uno di famiglia e si sono immedesimati nello strazio che devono aver provato i genitori nel sentire le sue grida mente moriva. Molte cose, nel processo, non tornano e le azioni della famiglia, quella sera di maggio, sono da subito apparse oscure. I Ciontoli hanno ricevuto insulti, sono stati presi d’assedio dai giornalisti, e hanno dovuto cambiare casa. Un’onda d’urto pesantissima motivata in modo particolare dal contegno assurdo tenuto da un intero nucleo famigliare davanti ad un ragazzo che gridava aiuto.

In un’intervista rilasciata a “Il Dubbio”, dopo la prima sentenza che lo aveva condannato a 14 anni di reclusione, il Ciontoli aveva fatto cenno alla situazione caotica in cui si era trovato durante il processo. “Il diritto di cronaca e di critica è riconosciuto dalla Costituzione, ma ci sono limiti dettati dal diritto di ogni persona alla privacy, alla dignità, all’onore, alla difesa”, disse l’uomo. “Ma il nostro caso giudiziario è divenuto di dominio pubblico io e i miei familiari abbiamo perso tutti i diritti, siamo diventati proprietà di tutti, costantemente sottoposti a pubblico giudizio da parte di giornali e trasmissioni. Sui social mi arrivano messaggi violenti, la gente si sostituisce ai giudici, emana sentenze”. 

Il Ciontoli ha sempre evitato di partecipare a trasmissioni tv, non ha quasi mai rilasciato dichiarazioni, proprio nel tentativo di attenuare la pressione intorno alla famiglia. Un silenzio, disse Ciontoli, anche, disse, per rispetto della famiglia di Marco e delle Istituzioni che stavano facendo il loro lavoro. Allora l’uomo si scagliò contro trasmissioni come Chi l’ha visto, Quarto Grado, contro la giornalista Liviana Greoli, contro la rivista Giallo, che “scrivevano bugie, inesattezze, falsità, incrementando lo sciacallaggio mediatico”. Ma tutto questo è l’altro lato della medaglia, se anche ce ne fosse uno positivo da cui guardare. Non c’è verso che le cose restino private, in questo mondo, tanto più se la tua vita diviene legata alla morte di qualcun’altro. Si crea come un filo che non si strappa, ed è impossibile uscirne. Uno dei rischi più grandi è essere travolti dalle accuse e essere alla mercè di chiunque o, almeno, avere la sensazione di esserlo.

Io l’ergastolo l’ho già sulle spalle”, aveva detto Ciontoli perchè questa storia è destinata a marchiare lui e la sua famiglia per sempre, “nessuna sentenza potrà punirmi se non solo materialmente. Credo nella giustizia, voglio pagare il giusto ed espiare la mia pena a livello di giustizia. Ma non 14 anni. Mi addebitano la volontà di aver fatto morire Marco. Questo è inaccettabile. Io devo e voglio pagare per ciò che ho commesso ma rifiuto con tutte le mie forze l’etichetta di essere un mostro. Non sono né un assassino, né un criminale, né un delinquente. Ho fatto un errore. Marco per me e mia moglie era come un figlio ed era il ragazzo che mia figlia Martina amava, e che sempre ameremo. Marco manca tantissimo anche a noi”.

Pare invece, stando alle parole di Marina, la mamma di Marco, che i rapporti tra le due famiglie non fossero buoni già prima dell’omicidio. Poi, ad incrinare il tutto, la morte e l’omissione di soccorso che è stata fatta dai Ciontoli, nelle tre ore di attesa passate tra lo sparo e l’arrivo dei soccorsi, ore fatali per la vita del ragazzo. Tre ore, spiegò il Ciontoli, in cui la situazione sembrava essere meno grave di quello che era in realtà. “Io sono vittima di me stesso perché io stesso mi sono fidato di me, sbagliando. Ero convintissimo che non era così grave la situazione, per me il proiettile era nel braccio. Marco avrebbe dovuto fare dopo due mesi dall’accaduto un concorso per il militare, ma una ferita al braccio l’avrebbe compromesso. Allora ho pensato di non dirlo”.

Il perdono, da parte dei genitori del ragazzo, era lontano già anni fa, e lo è ancor di più ora, dopo l’ultima sentenza che ha ridotto la pena a soli 5 anni di reclusione. “Chiedo ai genitori la possibilità di perdonarmi. Oggi può sembrare un’utopia a causa del dolore che ho a loro provocato. Ma io ho il fortissimo desiderio di poterli abbracciare e poterci unire alle loro sofferenze, al loro fortissimo dolore. Ma hanno chiuso tutte le porte”, aveva detto l’uomo. Le porte sono ora sbarrate, senza possibilità che vengano riaperte. Ora che, a gran voce, il processo continua e la madre continua a volere, disperata, giustizia per suo figlio.

Chiara Feleppa

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