Home Politica Eugenio Scalfari: “Matteo Salvini è un dittatore, dobbiamo liberarcene”

Eugenio Scalfari: “Matteo Salvini è un dittatore, dobbiamo liberarcene”

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Eugenio Scalfari, 95 anni il prossimo 6 aprile, ha trovato un nuovo facile nemico nel Governo Conte, sostenuto da Lega e Movimento 5 Stelle. Nel giorno dell’Epifania pubblica su Repubblica, il quotidiano che contribuì a fondare, un lungo articolo – la sintesi, giornalisticamente parlando, non è il suo forte – dove la sfida all’esecutivo è esplicita. Scalfari conferma, in un fiume di parole, l’avversità verso qualsiasi forma di amministrazione della Cosa Pubblica che non sia affidata alla parte politica a lui meno invisa. Scalfari parte della protesta dei sindaci, e c’era d’aspettarselo: girotondi, magliette rosse, sindaci da una parte. Dall’altra il nemico di turno: si chiami Berlusconi o Salvini. Tutto questo mentre l’Europa ha in pugno le sorti economiche e politiche dell’Italia e degli altri Stati membri, al punto che fra poco parlare di Nazioni sarà un’astrazione.

Ma a Eugenio Scalfari cosa importa? Lui ama rotolarsi nella retorica di Sinistra, come un tricheco nella sabbia. Il motivo del contendere è il Decreto sicurezza, inviso ad una Sinistra che guarda alle Europee e ha bisogno di un “tema forte” per trovare un elemento aggregativo, identitario. Scalfari, milionario, freddo e buon osservatore l’ha capito e prima di andarsene al Creatore – anzi lui no, si disperderà elegantemente nel Nulla in cui crede – prima di spirare, dicevamo, vuole dire la sua e creare danni al nemici, quanto più possibile.

I sindaci stanno creando un movimento che riguarda i loro poteri e doveri, indipendentemente dalla loro appartenenza a questo o a quel partito – esordisce Eugenio, e qui già mette le mani avanti e dice sciocchezze, perchè la levata di scudi proviene da sindaci di Sinistra e non c’è affatto questa disomogeneità che vorrebbe far credere. Una cosa esatta la dice, subito dopo: “…c’è un solo palese avversario di questo inatteso movimento dei sindaci italiani ed è Matteo Salvini, sia per come la pensa sul problema dell’immigrazione e di quella che chiama sicurezza sia nel suo atteggiamento da primo ministro, anche se teoricamente non lo è, con tendenze evidenti verso una sorta di dittatura“.

Mediocre italiano a parte, qui siamo all’ingiuria bella e buona, senza uno straccio di disamina politica e storica. Ma a Scalfari interessando le etichette, non i distinguo, perché  il fine è la rendita che se ne trae diffondendo il solito sottopensiero blando e scipito, contrabbandato come presa di posizione etica. Una rendita di sopravvivenza certo, perchè se la Sinistra o il Liberismo sociale parlassero con la sola voce di Scalfari non avrebbero nulla da dire. E’ un ormai merchandising ideologico, la Sinistra, a tutela di aree clientelari con il pretesto della difesa dei diritti e degli ultimi. Hanno preferito perdere voti, non affari e legami che molto avevano di economia e nulla di politica. Hanno fatto fortuna salvaguardati da un’ideologia di facciata.

Ora che rischiano, dopo i voti, di perdere anche equilibri e relazioni economiche su cui hanno fatto le loro fortune fingono di tornare alla politica, e parlano. Parlano di Matteo Salvini, certo, il dittatore: “Salvini ha avuto la grande capacità di estendere la Lega a tutto il Paese (…) Salvini ormai guida un partito nazionale che l’ha reso la personalità politicamente più forte e, come ho già detto, semi dittatoriale – ancora – Ma la Lega non a caso ha perso l’attributo “Nord” (…) Questo, tuttavia, non significa che la politica abbia perso la sua importanza. Salvini lo dimostra: è un semidittatore nazionale  – ancora – e ha un suo programma politico, anche europeo, molto complesso, che più volte abbiamo esaminato soprattutto per quanto riguarda i suoi rapporti con Putin, oltreché quelli con Le Pen, il dittatore dell’Ungheria Orbán  – e il governo polacco…”

Certo, parlare di semi dittatura è già di per sé un controsenso perchè la dittatura è o non è. Non esiste una dittatura parziale.  Ma Scalfari se ne infischia che il dittatore Orbán è stato regolarmente eletto con il 49.27% dei voti espressi a favore. Dobbiamo attenderci ragionevolezza? Quello che sconcerta di Scalfari non è l’incapacità di liberarsi di un vizio – morirà così, ideologo presuntuoso e sgradevole – ma la mediocrità dell’osservazione, la rozzezza del linguaggio. Il parlare per partito preso senza la minima duttilità nell’osservazione.

Sentitelo: “La situazione attuale vede un movimento di sindaci e la loro contrapposizione al governo Salvini, che tale può essere definito anche se il primo ministro è Giuseppe Conte e l’altro vicepremier è Di Maio – lo aveva già scritto poche righe prima, nello stesso articolo, ma correggere le ripetizioni è da plebei, per Scalfari, che continua così: “…infine, anzi per primo, c’è il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, il quale rappresenta il nostro Paese e vigila sul rispetto della Costituzione da parte dei provvedimenti che il governo in carica prende”.

Diamine, che acume. Un’osservazione sul ruolo del Presidente da Terza Media. Ma non basta. Nello stesso articolo Scalfari ritorna sul punto con un pensiero circolare, ripetitivo: “…Comunque, il movimento guidato dai sindaci è diventato in poche settimane un fenomeno nazionale che contesta la semi dittatura  – …ancora  – ormai in atto di Salvini, che allo stato dei fatti trova il suo argine nel presidente della Repubblica Mattarella; limite che si è visto all’opera nella stesura definitiva del decreto sicurezza, al quale il presidente della Repubblica ha imposto una serie di modifiche prima di firmarlo. Nel frattempo, si è configurato un movimento dei sindaci in tutte le regioni del Paese, a cominciare da Palermo, Napoli, Parma, Torino, Milano, Firenze, Bergamo, Venezia, città di Marche, Liguria, Umbria, Puglia, Calabria”.

Il “responsabile” Eugenio Scalfari, il presunto uomo delle Istituzioni se ne infischia del parere di eminenti Costituzionalisti sull’operato dei sindaci, trascura che il Decreto sicurezza è stato varato dal un Parlamento legittimo, controfirmato da un Presidente che, sono parole sue, “rappresenta il nostro Paese e vigila sul rispetto dell Costituzione“. Scalfari se ne infischia che la maggioranza ha esteso il proprio consenso dopo le elezioni del 4 marzo, mentre PD ed opposizioni continuano a flettersi. No, lui insiste nel raccontare i suoi desideri, dicendo che sono realtà.

Scrive ancora Scalfari parlando dei sindaci: “Non è un movimento politico, come ho già precisato, ma un movimento istituzionale dove i sindaci hanno ora una forza che, singolarmente considerati, era minima, ma per la quantità che ha aderito a questo movimento è ormai alla pari con la forza del governo centrale. Sarebbe interessante capire qual è la forza politica dominante in questo movimento di tipo municipale”. Sciocchezze, ancora, come se piovesse: la protesta dei sindaci è un diversivo politico della Sinistra, non un “movimento istituzionale“. Termine insulso, questo, che non significa un bel nulla. La “pari forza con il governo centrale” è tutta da vedere. Certo rappresenta una potenziale crisi istituzionale di cui non ci si dovrebbe compiacere.

Il Paese potrebbe spaccarsi sul Decreto sicurezza? Scalfari ne sarebbe lieto. Certo, una certa inquietudine riguardo alla Sinistra ce l’ha. Ma forse il caos potrà nascondere il declino della Sinistra, pensa Scalfari, e dal caos la Sinistra potrà rinascere. Così egli crede, rimugina e disegna la strategia che dovrebbe riportare la il PD al potere:

Il PD sta tentando di recuperare i voti persi il 4 marzo 2018 – scrive Scalfari che ripete poco dopo – il Partito democratico sta tentando di recuperare i voti persi il 4 marzo 2018. Nicola Zingaretti sembra ormai il più probabile candidato alla segreteria del partito e al suo rilancio, insieme a una classe dirigente che annovera personalità come Gentiloni, Orlando, Delrio, Franceschini, Martina, Calenda e altri. L’obiettivo sarebbe quello di recuperare almeno dieci punti rispetto a quelli attuali, collocandosi non lontano da un 30 per cento di voti. Lo so, è un obiettivo molto ambizioso e se fosse raggiunto suonerebbe come una vittoria; tuttavia, un partito più forte può fare l’opposizione efficacemente e potrebbe anche tentare un approccio di alleanza con i Cinque Stelle di Luigi Di Maio” . Secondo Eugenio Scalfari  lo scontro sulle politiche migratorie dovrebbe dunque far riguadagnare consenso alla Sinistra. Un’idea insulsa, da parte di un preteso osservatore della politica, a pochi mesi dal tracollo del PD. Un partito a cui gli la maggioranza degli elettori hanno contestato – a torto o a ragione – l’eccessiva apertura in termini di politica sui migranti. Alcuni sconcertanti fatti di cronaca nera hanno completato il quadro. Ma per loro anche questo non conta: Scalfari, i sindaci e la Sinistra vorrebbero riprendersi i voti degli italiani partendo proprio da lì, dai migranti, non dai diritti dei lavoratori, per esempio. Scalfari osserva che Matteo Salvini è riuscito ad espandere il consenso nel Paese, ma sembra non accorgersi che dipende da come ha saputo tenere il punto sulla politica migratoria.

E il discorso di Scalfari fa acqua sulla “classe dirigente” del PD: certo non di alto lignaggio e tutt’altro che in armonia. E’ in errore Scalfari anche nel paventare una futura alleanza tra il Movimento Cinque Stelle ed il PD. Qualora dovesse rompere con la Lega è ben più probabile per il Movimento un futuro politico da solo.  Il consenso del PD – sempre uguale a sè stesso –  sembra ormai irrecuperabile.

Ma Scalfari va oltre: nella sua “osservazione” vede avvicinarsi la fine del Movimento Cinque Stelle, a vantaggio di un redivivo PD, addirittura: “Sta di fatto, tuttavia, che l’eventuale accrescimento del PD attuale recupererebbe in buona parte i voti che nel marzo scorso passarono dal PD proprio a Di Maio. Un simile recupero diminuirebbe vistosamente la consistenza attuale dei Cinque Stelle. Un grillismo quasi dimezzato può diventare un fanalino di coda odi Salvini o del PD. In entrambi i casi irrilevante…” 

Infine dopo mille verbosità e ripetizioni Scalfari trae fuori dal cilindro un paio di idee strampalate riguardanti il PD: “In altre recenti occasioni ho fatto una proposta della quale, tuttavia, nessuno del Partito Democratico ha parlato. Desidero ripeterla oggi perché è ancor più attuale. La proposta è di nominare con apposita elezione il presidente del PD. È una carica che finora non è esistita, ma che sarebbe della massima importanza. Il presidente avrebbe nei confronti del partito gli stessi, identici poteri che il presidente della Repubblica ha nei confronti dello Stato: poteri di vigilanza dello statuto del partito e del suo eventuale aggiornamento. Naturalmente anche poteri di “moral suasion”: un’autorità del genere darebbe al Partito Democratico una valenza inesistente in altri partiti italiani”. Il genio politico di Scalfari auspica che un partito, dopo aver perso più della metà dei consensi rispetto alle ultime Europee e dinanzi ad una crisi senza precedenti, crei al proprio interno una struttura di tipo statale, replicando al proprio interno i poteri istituzionali del Paese. Un presidente del Partito che agisce come un Presidente della Repubblica, un Segretario che è una sorta di Primo Ministro pur senza essere premier. Qual’è lo scopo di questo doppione in miniatura, l’utilità? Scalfari non lo spiega. Nè si pone il problema della praticabilità di un’idea del genere in un partito che di beghe e ne ha fin troppe. Arriva al punto di fare una proposta: “Il nome più adatto a ricoprire questa presidenza sarebbe quello di Walter Veltroni. Sarebbe un vero e proprio salto in alto del partito avere Veltroni come presidente con i poteri che ho già indicato e senza alcuna interferenza sull’attività del segretario del partito, sempre che quest’ultimo sia in piena regola rispetto allo statuto del PD e a sue eventuali mutazioni, suggerite dal presidente d’accordo col segretario…” Walter Veltroni è andato in pensione nel 2004 a 49 anni e, raccontano le cronache, quel giorno avrebbe iniziato a percepire un vitalizio mensile da 9.850,58 euro. E’ davvero convinto, Eugenio Scalfari, che Veltroni può sedere alla Presidenza di un partito che vuole rappresentare gli italiani che lavorano? E per fare cosa, cumulare un altro emolumento?

Un’ultima idea riguarda Marco Minniti, visto da Scalfari come una delle migliori risorse del PD: “… Minniti nel precedente governo Gentiloni fu ministro dell’Interno. Espletò quella carica con molta efficienza – sottolinea Scalfari, che furbescamente omette di spiegare i motivi di questa efficienza: l’essere in discontinuità con i propri predecessori nel gestire i flussi migratori. Ed infatti ridurrà drasticamente dli sbarchi, come ha continuato a fare, dopo di lui, Salvini -. L’elogio a Minniti da parte di Scalfari non si ferma qui: “… se fosse stato tecnicamente possibile, Minniti avrebbe dovuto abbinare al ministero dell’Interno un titolo di ministro degli Esteri per l’attività molto rilevante che esercitò per un anno intero in tutta l’Africa, dalla Libia fino all’Egitto. Minniti aveva un programma e lo manifestò. Costruire un polo industriale al di là del deserto dove gruppi di capitalismo italiano, soprattutto pubblico, avrebbero formato dei centri industriali dando lavoro alle popolazioni dei califfati. Gli africani sottoposti nei loro Paesi d’origine alla fame e alla morte alimentavano la fuga da quei Paesi varcando il deserto libico, cirenaico, yemenita, puntando verso il mare, dove appositi nocchieri li avrebbero imbarcati sui gommoni facendoli transitare sulle coste italiane, che erano le più prossime” scrive ancora Scalfari “…Migliaia di morti e malaffare in tutta questa manovra che Minniti aveva in programma di sventare all’incontrario: italiani che scavalcando il deserto richiamavano in patria i fuggitivi e rimettevano in moto le economie dei Paesi di origine, nei quali gli stessi fuggitivi avrebbero trovato buona accoglienza e lavoro. Naturalmente tutto questo aveva portato Minniti a un’amicizia politica con quei califfati e addirittura con il rais egiziano. Aveva anche iniziato la costruzione di appositi camminamenti, che consentivano spostamenti orizzontali dall’Est all’Ovest africano e dall’Angola al Mozambico, dove già da tempo sono presenti rappresentanze cattoliche della comunità di Sant’Egidio. Questo è stato Marco Minniti e questo potrebbe essere di nuovo di fronte a una crescita del Partito Democratico, che potrebbe trovare i finanziamenti per impiegare la competenza di Minniti e trasformarla in un’iniziativa di partito e non di governo. Una crescita che porterebbe altri voti in successive elezioni…” Già.

Peccato che Marco Minniti si sia ritirato dalla corsa alla Segreteria del Partito e, pertanto, la sue fortune all’interno del PD sembrano in ribasso. Senza contare che buona parte della Sinistra lo ha odiato – silenziosamente – in quanto aveva cominciato ad attuare una politica migratoria diversa dai suoi predecessori, in relazione alla quale la politica del “dittatore” Salvini si pone in continuità, non in contraddizione.  Dunque Minniti sì, per Eugenio Scalfari, Salvini no. Secondo Scalfari lasciare spazio alle initiative di Minniti significherebbe ridare credibilità al PD. Ridarebbe credibilità al PD anche seguire la china dei sindaci pur di contrastare Salvini,  correndo il rischio di una frattura istituzionale. Questo pensa Scalfari. C’è molta confusione sotto il cielo, la situazione è eccellente, dicevano i comunisti di un tempo. A noi sembra che la confusione alberghi anche nella mente di Eugenio Scalfari. Che pare rendersene conto e quasi scusarsi: “Forse mi arrogo il diritto di fare troppe proposte – dice – ma è il mio modo per soddisfare la tarda età e le numerose esperienze che ho vissuto“. La tarda età, appunto. Goodbye Mr Chips.