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Viaggio in Marocco per le due ragazze scandinave: è stata una scelta giusta?

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Louisa e Maren: sono loro le due ragazze scandinave uccise in modo brutale durante un viaggio in Marocco poco meno di una settimana fa. La triste vicenda apre diversi interrogativi. Primo fra tutti: c’è un legame con il terrorismo islamico? Oppure: è stato solo un omicidio a sfondo sessuale? Difficile dirlo, anche se le ultime piste seguite dagli investigatori portano a confermare la prima tesi.
Diversi gli elementi a suo sostegno: la ripresa videografica della decapitazione – tipico elemento islamico; la presenza nel video degli uomini con tuniche nere; il luogo in cui il duplice omicidio è avvenuto. Siamo a Hajin, ultima roccaforte dello Stato Islamico, poco lontano da Marrakesh. In Marocco, le cellule islamiche sono sempre più forti, per contrastare le quali sono state attivate strategie molto complesse, con misure di controllo, cooperazione regionale e interregionale, politiche antiradicalizzazione. Intelligence e forze armate collaborano attivamente per rintracciare i cosiddetti foreign fighters, ovvero i combattenti che agiscono soprattutto via web, sui social e sui siti jihadisti. Ancora, ci si chiede se la tragedia delle due giovani avrebbe potuto essere evitata: si cerca di far luce sulla vicenda mettendo in luce una probabile responsabilità delle due. Il web, che ormai è il nuovo tribunale mediatico, giudicando colpevoli e assolti, alimentando l’opinione pubblica, su questa faccenda si mostra diviso. Le tesi che emergono maggiormente sono due e in netta opposizione.
La prima sostiene che la natura stessa di quel viaggio è stata sbagliata, perché sbagliata ne è la meta, pericolosa specie per due ragazze sole. Quest’ipotesi, che tende un po’ a smorzare l’atto brutale, limando l’opinione pubblica e di conseguenza anche l’aggressività del gesto, che in questo modo viene quasi «giustificato», come a dire, a leggere i commenti, che le ragazze «se la sono cercata». La seconda, che tende a criticare la prima, in quanto ipotesi a sfondo sessista, mette in luce invece l’assurdità dell’assunto: non si può evitare di viaggiare per il pericolo di essere uccisi; anzi, bisognerebbe poter essere tranquilli ovunque senza temere per la propria incolumità. Sui social si leggono commenti come: «Questo la dice lunga anche sul diritto umano di migrare, dando il diritto di muoversi, ahimè, verso nazioni o luoghi con culture completamente diverse dal quella locale. Noi non saremo mai preparati, loro non saranno mai preparati a stili di vita radicalmente diversi dai nostri/loro». Oppure… «mi sono domandata anch’io cosa ci facessero in un posto come quello da sole». Alcuni commenti attaccano direttamente le due, che avrebbero avuto una spiccata apertura e simpatia verso la cultura islamica: «Due che continuavano a credere che la civiltà islamica sia tale da permettere che due donne potessero circolare liberamente. Sveglia!». A mio dire? A mio dire la realtà che esiste è ben diversa da quella che dovrebbe esistere, e la pratica è ben diversa dalla teoria. Quando viviamo, facciamo scelte, agiamo, se anche lo facciamo in nome di una morale, di un’etica, ne consideriamo anche i probabili rischi che potrebbero derivare da un’azione piuttosto che da un’altra. A molti piacerebbe poter andare ad al-Raqqa, capitale dello Stato islamico, senza indossare il velo integrale, in nome del rispetto delle culture. Tuttavia, se si va ad al-Raqqa senza velo e con una minigonna, si muore. Insomma, bisogna valutare pro e contro in un mondo che è pieno di differenze. Bisogna poi valutare che talvolta queste differenze non lasciano spazio ai compromessi e alla libertà. E che, per assurdo, sostenere la libertà d’azione vuol dire anche lasciare all’altro il libero arbitrio di non considerare la libertà come caratteristica fondante della civiltà. Bisogna cioè considerare i contorni che può avere un’azione. Preservarsi. Stare attenti nel mondo. Per questo ci sono luoghi di vacanza e luoghi di sopravvivenza. Per questo, non posso dire che sia stata una scelta sbagliata. Ma non è stata neanche quella giusta. Imprudente, abbastanza. Ciò nonostante, la morte ha colpa in chi la causa, e quasi mai in chi la riceve.
Chiara Feleppa
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