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Pina e Marzia, quando il dolore c’è ma non si vede

ULTIMO AGGIORNAMENTO 14:12
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La cronaca nera di questi ultimi giorni ha visto protagoniste soprattutto le donne. Donne suicide, donne sofferenti, donne disperate. Donne come Pina Orlando, 38 anni, che si è gettata nel Tevere con le sue due gemelline di pochi mesi, o come Marzia Sari, poco più che diciottenne, che si è data fuoco a Vado Ligure, nello stesso luogo in cui, cinque anni fa, il padre ha perso la vita. Ma cosa si nasconde dietro questi gesti atroci? Perché delle vite, in apparenza normali, nascondevano un destino così tragico?

Destino che nessuno poteva prevedere, neanche i familiari, neanche le persone più care. «Non ho capito che mia moglie aveva qualcosa, che soffriva, non riesco a darmi pace per quello che è successo», ha raccontato Francesco Di Pasquo, il marito di Pina. «Ci siamo svegliati alle 3 per la poppata, sembrava tutto normale, ci siamo riaddormentati, o meglio pensavo che anche mia moglie si fosse riaddormentata». Invece la donna si è alzata, ha avvolto le piccole in una coperta bianca ed è uscita diretta verso il Ponte Testaccio, dove si è gettata forse con le piccole, come riportato da Il Corriere della Sera. La vicenda, che tanto ricorda la Medea di Euripide – la storia di una mamma che uccide i figli e poi si dà la morte – ci insegna che il tempo passa ma l’uomo è sempre lo stesso, ha sempre gli stessi dolori che si riproducono, che a volte si arriva ad essere crudeli e diabolici quando in realtà si è buoni ma sofferenti, diventando probabili mostri. E’ un dolore che il marito di Pina non riuscirà mai più a dimenticare, ma ancor di più porterà dietro il rimorso di non aver colto i segnali di squilibrio, i punti rotti di una vita che procedeva normale. Lui ingegnere, lei impiegata in uno studio notarile. Da poco genitori di due gemelline, Sara e Benedetta, nate premature ma poi dimesse dal policlinico Gemelli in buone condizioni.

E’ qui che le piste degli investigatori si soffermano, sarebbe questa la causa scatenante di un gesto atroce: la depressione post-partum, un disturbo di natura psicologica spesso scatenato da un senso di inadeguatezza nel dover prendersi cura dei figli. In genere, si associa il parto a un lieto evento, a un fatto felice, a cui la depressione è agli antipodi: proprio per questo cogliere i segnali, per chi ci sta intorno, è più difficile. Tra i sorrisi delle famiglie, tra la gioia dei padri, tra la normalità di una vita equilibrata, la madre soffre. La realtà che ci si costruisce è come un velo che copre quella più dolorosa, ma anche più vera, che si finge non esistere e che invece esiste, portando a conseguenze disastrose.

Altre volte invece tutti vedono ma non si ha il coraggio di affrontare, ci si nasconde, ci si racconta altre verità. Non è questo il caso del marito della suicida del Tevere, né degli amici: nessuno ha colto, nessuno ha percepito. Ma il destino è dietro l’angolo e forse aveva già cominciato ad urlare. Forse la morte, durante il parto, di una terza figlia. O forse gravi handicap di cui erano affette le bimbe. Ma comunque, il fiocco rosa appeso alla porta di casa lasciava poco presagire un epilogo così tragico. Allo stesso modo, neanche la madre, i professori e gli amici di scuola di Marzia Sari avevano mai sospettato un gesto così difficile da immaginare per quella che era ancora una ragazzina.

Lui era disperato, lei anche. Ma non lo faceva vedere – VIDEO

Pubblicato da Leggilo.Org su Sabato 22 dicembre 2018

La follia di Marzia si può forse spiegare con il non aver superato mai del tutto il suicidio del padre, avvenuto con le stesse modalità e nello stesso luogo cinque anni prima. Ognuno ha il suo dolore. Ogni realtà ha le sue crepe e certe volte bisognerebbe rintracciarla come i pezzi di un puzzle, ricercare i punti di rottura. Ma neanche l’uomo è mai cambiato. Si sono modificate le forme. Ciò che fa paura, ciò che ci rende vulnerabili, è che a volte le tragedie hanno l’abito della felicità. Noi, con le nostre vite felici, potremmo essere Pina o Marzia. Ci sentiamo fortunati, «non è successo a me», diciamo da casa davanti a un Tg. E invece queste storie ci insegnano che ciò che è accaduto agli altri, con vite in apparenza normali, può succedere anche a noi, nell’indifferenza di parenti, amici, conoscenti. Il dolore c’è ma non si vede. Ed è per questo che, certe volte, è impossibile pensare di essere salvati.

Chiara Feleppa

Fonte: Il Corriere della Sera

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