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“Roberto Saviano, basta parole. Se tieni davvero ai migranti sali su quelle barche”

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Una proposta che sembra una sfida e una provocazione, ma non lo è. Sicuramente se a farla fosse stato il Ministro Salvini sarebbe passata come atto di bullismo istituzionale ma, per fortuna, non è lui a parlare questa volta. Dunque la proposta deve essere presa sul serio da Saviano, a cui è rivolta. Il tema è quello consueto, almeno da un mese a questa parte: i migranti, le politiche migratorie, le Ong e i “fascisti”. “Fascisti” perchè chi si contrappone a loro non è riuscito a guadagnarsi un aggettivo diverso. Mentre gli altri sono i “buoni” quelli che sono talmente nel giusto che non devono spiegare le loro idee, ma possono giudicare gli altri e indignarsi. Indossare magliette, anche. Ma non è abbastanza. Sembra puerile e retorico. E ipocrita. Se ne ha il sospetto quando a molti vip che hanno indossato il rosso dell’indignazione contro la chiusura dei porti è stato chiesto di accogliere i migranti in casa propria. 4 su cento hanno detto sì. Quei quattro meritano rispetto. E tra loro Roberto Saviano non c’era, pare.

Un altro scrittore, Sandro Veronesi ora, senza volerlo, mette alle strette Roberto Saviano. Perchè invita l’autore di Gomorra a fare molto di più per i migranti.

Saviano, magliette e OngQualcosa di diverso e di più serio, oltre agli insulti da bassa manovalanza camorrista che Roberto Saviano impunemente si è concesso, indisturbato, contro un Ministro della Repubblica. Veronesi in una missiva pubblicata dal Corriere delle Sera si  rivolge a Saviano e lo invita ad andare lì, dove i migranti muoiono, e a rischiare la vita per loro, a “metterci il corpo“. Un invito degnissimo rivolto ad un uomo che ormai fa corpo unico con i suoi insulti. Che con il suo corpo non fa scudo a nessuno ma vuole che altri, con il proprio corpo, facciano scudo a lui. E intanto parla, molto, scrive poco e insulta. Insulti poco degni di uno scrittore. Ammesso che Saviano possa ancora essere considerato tale. Veronesi si rivolge a Saviano con ossequio, ed è questo il problema. Perchè il destinatario non potrà derubricare la missiva a semplice “provocazione” e schivarla con la sua consueta astuzia grezza e spiccia. Cosa dice Veronesi? Ecco i passaggi salienti:

“Caro Roberto Saviano, ti scrivo per interrogarti su ciò che ultimamente sta assorbendo parecchie delle mie energie, e anche un bel po’ del mio sonno. Una riflessione che, per darle un titolo, potremmo chiamare sul «tempo del corpo». Mi sto chiedendo (…) se non sia venuto un tempo diverso per tutti noi (…) non «buoni» né tantomeno «buonisti», ma semplicemente «di buona volontà», come dicono gli angeli nel giorno della natività, augurando la pace sulla Terra.

Ciò che sta accadendo nel Mediterraneo non ha certo a che fare con la pace, ed è inaccettabile; ma non perché i barconi colmi di persone partono dalle coste libiche verso il nostro paese (…) È inaccettabile perché inaccettabile è la propaganda che l’accompagna, e che rovescia la realtà chiamando «pacchia» o «crociera» la tortura cui quegli esseri umani sono esposti, e li vuole lasciare in balia degli scafisti o della guardia costiera libica, cioè i veri «trafficanti di uomini», calunniando con quella definizione le Ong che cercano di salvarli. Tutto questo è atroce e provoca un’angoscia che io fatico a sopportare. E poiché vedo che fine fanno le parole, ora che la mistificazione ha superato, in termini di consenso popolare, la corretta informazione, mi chiedo se non sia il caso di rompere gli indugi e metterci direttamente il corpo. Perché noi siamo un corpo, e anche le nostre parole vengono dal nostro corpo, e il corpo è ben più di esse — il corpo è la vita stessa —.

(…) Scrivo a te, caro Roberto, dato che il tuo corpo è già in ballo, da anni, è già sul campo — e infatti ogni tanto spunta la minaccia di «toglierti la scorta», cioè di lasciarlo indifeso, quel tuo corpo  (…) —  Scrivo a te (…) e ti dico che «metterci il corpo» per me ha un significato solo: significa andare laggiù, dove lo scempio ha luogo, e starci, col proprio ingombro, le proprie necessità vitali, la propria resistenza, lì. Il corpo, il mezzo più estremo di lotta nella tradizione della non violenza (…) Cosa pensi? Esagero?

(…) Penso che debbano esserci per forza persone influenti, non necessariamente legate alla tradizione delle battaglie civili, che dinanzi a questo madornale inganno si sentono eccezionalmente tirati in ballo. Non pensi che sarebbe decisivo se qualcuna di queste persone sentisse lo stimolo di metterci il proprio corpo? Sacrificandosi, è ovvio, perché il corpo non fa sconti, e se sta là non può stare qua (…) Ammesso che una di queste navi Ong che incrociano al largo delle acque libiche conceda qualche posto a bordo, pensi che i corpi più importanti del nostro Paese — cioè quelli più valorosi, più ammirati, più amati, più belli, più dotati, più preziosi, più popolari, più desiderati —, siano tutti impossibilitati a unirsi a me e a te, nell’occupare quei posti? Io, di certo, non basto. E nemmeno tu sei abbastanza, Roberto, dato che come abbiamo detto tu ci sei già, in ballo, e il tuo corpo è già il puntaspilli dell’attuale propaganda. 

(…) Mi sono sentito di colpo molto più forte quando ho visto la fotografia di Totti con in mano la scritta #withrefugees dell’Unhcr: pensa se il corpo ce lo mettesse lui (…). Il suo corpo su una di quelle navi farebbe capire a un sacco di persone come stanno le cose, più di mille parole. (…) Checco Zalone. O Claudio Baglioni. O Federica Pellegrini. O Jovanotti. O Sofia Goggia. O Celentano. O Monica Bellucci che fa da interprete dal francese. O Chiara Ferragni che allatta. O Giorgio Armani che compie 84 anni. Sulla nave. Laggiù. In quel tratto di mare dove la gente viene lasciata morire per opportunismo, o far pressione su Malta, o su Macron. Ovviamente (…) non sto convocando nessuno, non mi permetterei mai di farlo: dico solo, a te che sei perennemente convocato, che forse ora ci vorrebbe qualche persona veramente influente che ci metta il corpo (…). Ne basterebbe anche solo uno, secondo me. Cosa ne pensi?

(…) Questa è una di quelle situazioni dalle quali non si scappa: o sei Rita Pavone, e la pensi in quel modo, oppure sei quei corpi che resistono fino allo stremo e poi alla fine si riempiono d’acqua e cessano di vivere. Non c’è via di mezzo. Se l’attuale follia non s’interrompe al più presto, tutti ci rimetteranno — anche Rita Pavone — e tanto.

Veronesi non auspica tuttavia l’estremo sacrificio, a sè stesso e a Saviano, almeno. Sarebbe bastevole, dice, la testimonianza. Una testimonianza di civiltà.

Qui non si tratterebbe di morire — quello è un destino riservato ad altri —: qui si tratterebbe solo di farsi coprire d’insulti da un manipolo di account sui social media, per avere indicato con l’autorevolezza del proprio corpo dove si trova il torto e dove la ragione. Da quando il Mediterraneo ospita la civiltà, cioè da migliaia di anni, il naufrago in mare è sempre stato considerato sacro: anche i fenici – i fenici: li vuoi più cattivi di loro? – lo traevano in salvo e gli riservavano l’onore dell’ospitalità (…) perché non avessero a offendersi gli Dei ai quali esso, il naufrago, partendo, si era raccomandato. È inaccettabile che questa regola venga sospesa oggi, con tanta leggerezza. Ma è proprio quello che sta succedendo.

Sandro Veronesi conclude con questa esortazione: Caro Roberto, la nostra civiltà sta andando a picco, laggiù. Tutto il resto è rumore, è distrazione. Non credi che sia necessario attirare lo sguardo di tutti dove sta succedendo la cosa che ci toglie il sonno, senza distrarsi appresso alle provocazioni e alle manfrine di chi ne è responsabile? Pensi che sia possibile, aggiungendo corpi ai corpi? La differenza tra la vita e la morte, stiamo parlando di questo. Sembra impossibile ma dall’esser tutti fratelli siamo scivolati con poche mosse in questo fango, dove questa differenza non si vede più. Bisogna uscirne, Roberto, e forse il corpo stavolta può aiutarci: il tuo, il mio, e quello di chi ha da perderci più di te e di me, se vorrà mettercelo. Un abbraccio. Sandro

Un invito, pieno di rispetto, quello di Veronesi, che sa di bacio della morte. Andare su una Ong, e non a New York o in uno studio Rai; peggio, rischiare la vita per un migrante. Rinunciare a fare il Rudolph Giuliani con la scorta.  Ma Roberto Saviano non è uno stupido e potrebbe farlo davvero. E trarne profitto, alimentando il sacro fuoco perpetuo che da vent’anni ha acceso in onore del proprio personaggio. E, chissà, potrebbe uscire dagli insulti ed entrare nelle parole vere, quelle che tentano di comprendere le ragioni degli altri, anche quelle politicamente scorrette. E potrebbe, di slancio, fare qualcosa di altrettanto degno: criticare Macron e la sua politica di frontiera. Seguire  la Cina in Africa e spiegare al mondo come cosa succede. Rivelare chi devasta e impoverisce il continente dei migranti, spingendoli ad andarsene. Potrebbe indagare e denunciare la Mafia nigeriana che ha ucciso una ragazza di cui nè lui nè la ex presidente della Camera Laura Boldrini, nè nessuna maglietta rossa si è mai degnata di fare il nome. Si chiamava Pamela Mastropietro. Potrebbe denunciare il caporalato del Sud Italia, Saviano, facendo nomi e cognomi. Caporalato che infierisce su migranti disperati – che sarebbe stato meglio non fossero mai partiti – e su italiani poveri e non meno disperati.

Faccende pericolose davvero, molto più impegnative che indossare una maglietta e insultare un Ministro. Sfide che se le accetti una scorta è inutile, perchè non basta. Perchè se tocchi quel mondo non subisci due mezze parole scomposte, minacce di cartone di un avvocato nel corso di un processo, buone e comode per costruire lo scenario di pericoli immaginari e vivere di quell’immagine per anni. Se racconti quel mondo diventi un Salman Rushdie, non un Saviano, e ti devi nascondere davvero. Ma l’autore di Gomorra – al netto delle pagine non sue – questo rischio non lo hai mai corso. Non è uno stupido, Saviano. Non ha insultato Abū Bakr al-Baghdādi – la feccia del mondo, un nazista vero – quando l’Isis era all’apice e uccideva donne e bambini in maniera atroce. Non ha insultato lo Stato Islamico dopo il bagno di sangue del Bataclan. Roberto Saviano non è stupido e imprudente come i vignettisti di Charlie Hebdo. Sa quando deve chiudere la bocca e sparire. Saviano appare e parla al momento opportuno, quando il rischio è zero. Salvini sarà anche cattivo come dicono ma non è lo Stato Islamico. Saviano lo sa bene. Per questo finge coraggio e trova quel poco coraggio che serve per insultarlo.

Ma tutto cambia e potrebbe cambiare, anche l’autore di Gomorra. Potrebbe trovare il coraggio, quello vero, o almeno provarci. Iniziando a salire su una Ong. Forse non è così complicato come sembra. Magari è solo un problema di pigrizia. E se soffre di mal di mare potrebbe andare almeno lì, Saviano, nel Sud Italia a condividere le giornate dei braccianti, a raccogliere i pomodori per un niente “mettendo il proprio corpo” come direbbe  Veronesi. Potrebbe accettare il rischio di morire, rinunciando alla scorta. Morire non di Mafia immaginaria, ma di fatica vera. Come i migranti e gli italiani. Come noi tutti. Ecco allora che indossare una maglietta rossa avrebbe un senso. E allora un uomo chiamato Roberto Saviano, capace di uscire dai propri agi, dalle proprie contraddizioni e dal proprio feroce narcisismo, avrebbe il nostro rispetto, alla fine.