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Alessandra Appiano, la fragilità confessata nell’ultimo post

ULTIMO AGGIORNAMENTO 22:09
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Alcune cose si capiscono sempre dopo. E spesso sono le più drammatiche: un malattia, un figlio che si perde e un’amica o un amico che decide di farla finita. Ecco, il suicidio di Alessandra Appiano lascia sgomenti per l’assenza di segni premonitori. perchè una fine voluta, così come emergerebbe dalle indagini, sembra l’antitesi della sua persona: solare, comunicativa, positiva.

suicidio di Alessandra Appiano, gli ultimi post

E allora si cerca di capire qualcosa, dalla parole delle amiche, che non mancano di ricordarla con frasi affettuose e ammirate, e qualcosa dicono, ma non basta. Non basta per capire un gesto estremo come un suicidio. Si leggono le sue ultime cose e dell’altro emerge, con il senno di poi. Qualcosa che al momento era impercettibile, un nulla. Nel giorno della tragedia alcune parole sembrano un segnale che non è stato capito, perchè era difficilissimo capirlo. E forse, nonostante la sua profonda sensibilità, non ne era consapevole neanche lei, Alessandra. Si va a ritroso sul suo profilo e ci si imbatte nell’ultimo post, appena due giorni fa, per augurare un buon Primo Maggio a tutti. E’ una citazione di Primo Levi:

«Amare il proprio lavoro (che purtroppo è privilegio di pochi) costituisce la migliore approssimazione concreta alla felicità sulla terra»

Buon 1 Maggio!

Sembra l’Alessandra di sempre: positiva, consapevole, e attenta agli altri. Dopo ti accorgi che il fulcro di quella frase, pubblicata poche ore prima di andarsene, non è la parola “lavoro” a cui sembrava riferirsi, ma la parola “felcità”. E improvvisamente ri ricordi che l’autore di quella frase, Primo Levi, è uno scrittore scomparso in circostanze drammatiche, e molti sono convinti si sia tolto la vita.

Primo di questo un altro post di Alessandra, e qui, leggendolo si ha una stretta al cuore:

“Lo sapevo: mai anticipare nulla. Soprattutto riguardo una cosa a cui tieni. Domani non potrò parlare de “Il bicchiere mezzo pieno” a Storie Italiane, perchè il “simpatico” Italo mi comunica ora via sms che il treno con cui sarei dovuta partire stasera è in ritardo di 80 minuti. Arrivare a mezzanotte a Roma, affannarmi alla ricerca di un taxi, trovarmi in hotel a un orario in cui non posso più nemmeno cenare, alzarmi domattina all’alba per trucco e parrucco stravolta di stanchezza non lo riesco a fare… Per la prima volta in vita mia getto la spugna su un impegno di lavoro. Vuol dire che devo prendere atto di essere troppo stanca. E che devo prendermi cura di me, e volermi bene anche da negazione della wonder woman. Un abbraccio a tutti gli esseri umani che si sentono fragili in questo periodo...”

Si ha una stretta al cuore perchè descrive con un linguaggio semplice e diretto, un contrattempo tra mille, una stanchezza che tutti noi conosciamo nelle nostre vite. Non sembra il prologo di un suicidio. Ma questo normalissimo “gettare la spugna” davanti ad un impegno di lavoro, l’accettare di essere “troppo stanca” per la prima volta nella sua “vita” – una vita a cui avrebbe rinunciato pochi giorni dopo – sembra essere diventato altro nel volgere di poche ore. E sembra che una parte di sè, chiedeva all’altra di accettare tutto – e di amarsi e amare la vita nonostante tutto – nonostante i contrattempi, grandi i piccoli, e quello che nascondevano o significavano. C’è infine quell’espressione “sentirsi fragili” e quel voler dispensare abbracci a tutti. Si comprende ora che era lei stessa a chiederli, quegli abbaracci. E nonostante fosse una scrittrice, una donna che conosceva le parole e la loro forza, le parole per trarla in salvo da quella sorridente disperazione non è riuscita a pronunciarle. Un mistero, dolorisissimo per quanti l’hanno conosciuta e amata. Alla fine ci si imbatte in un altro post, nel quale da appuntamento al Circolo dei Lettori di Torino per parlare di libri, il prossimo 9 giugno. E qui il mistero, di questa donna bellissima e sensibile, diventa doloroso anche per gli altri.

ADB

 

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