Da 100 giorni i 18 pescatori italiani sono prigionieri in Libia, i parenti sotto casa di Bonafede

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Fonti ed evidenze: Fatto Quotidiano, Repubblica, Tempo

Nessuna novità in merito alla situazione dei 18 pescatori bloccati in Libia da oltre tre mesi. I parenti, indignati, nei giorni scorsi hanno manifestato sotto la casa del Ministro della Giustizia Alfonso Bonafede: “Pronti a proteste estreme”.

 

 

Silenzio e strettissimo riserbo, nessuno spazio per indiscrezioni né, tanto meno, dichiarazioni ufficiali. Dal Ministero degli Esteri non trapela alcuna informazione in merito alla situazione dei 18 pescatori italiani da più di 100 giorni in stato di fermo in Libia. La preoccupazione e la nostalgia dei familiari, che attendono ormai da più di tre mesi qualche novità sul caso, diventano più forti mano a mano che il tempo passa e che il Natale si avvicina; “Siamo già pronti a tornare a Roma, perché noi senza i nostri uomini non sappiamo che Natale trascorrere“, dice Cristina Amabilino, la moglie di uno dei marittimi bloccati dal Governo libico. L’unico contatto ufficiale con i pescatori risale ad un mese fa, quando fu concessa una telefonata collettiva nella quale soltanto i membri italiani del gruppo ebbero modo di conversare con i propri familiari. Per gli altri – otto tunisini, due indonesiani e due senegalesi – nemmeno un saluto ai propri parenti.

Il fatto che l’intelligence italiana sia attiva per porre rapidamente rimedio ad una situazione che sta diventando insopportabile è dimostrato dall’inchiesta condotta da Sergio Scandura, giornalista di Radio Radicale, che ha rivelato – in seguito all’analisi dei tracciati aerei – che lo scorso 2 dicembre un Falcon in uso all’Aise – i Servizi italiani – sia decollato da Ciampino alle 13.41 ed atterrato a Bengasi. Da lì, il volo è ripartito alle 16.07 per fare ritorno a Roma. Trascorsi quasi dieci giorni dal viaggio, però, ancora nessuna novità ufficiale è stata comunicata in merito alla posizione dei 18 pescatori, accusati di aver violato le acque territoriali libiche pescando in una zona che le autorità del Paese nordafricano ritengono di loro competenza, sulla base di una convenzione che prevede l’estensione fino a 74 miglia della zona economica esclusiva.

A qualche giorno dal fermo dei pescherecci Antartide e Medinea, le milizie del generale Khalifa Haftar sembrerebbero aver contestato ai marittimi anche il traffico di droga. Un’ipotesi avvalorata da alcune foto, pubblicate in esclusiva da Agi, nelle quali si vedono alcuni panetti sulla banchina del porto di Bengasi con il peschereccio Medinea sullo sfondo. Quel che è certo è che dalla Libia sia pervenuta al nostro Paese la richiesta di procedere ad uno scambio di prigionieri: per liberare i 18 pescatori, si chiede l’estradizione di 4 cittadini libici condannati in Italia per aver fatto da scafisti durante una traversata in cui morirono 49 migranti.

A surriscaldare ulteriormente il clima è arrivata la notizia della liberazione di una nave cargo turca, fermata e sequestrata per cinque giorni con la stessa motivazione di sconfinamento di cui sono accusati i pescatori italiani. A renderlo noto è il portavoce militare di Haftar, il generale Ahmed al Mismari. Tommaso Macaddino, del sindacato di settore Uila pesca, precisa che la liberazione dell’imbarcazione turca sia avvenuta dietro pagamento di un riscatto. Una novità che ha ulteriormente contribuito ad accrescere il malcontento dei familiari dei 18 marittimi: “Siamo indignati perché i nostri congiunti subiscono un trattamento diverso da quello riservato ai turchi“, ha attaccato Amabilino. “Il ministro degli Esteri ci deve riportare i nostri cari a casa, siamo indignati e disposti ad inscenare proteste estreme“.

Nel mirino dei parenti anche il Ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, sotto la cui abitazione di Mazara del Vallo si è tenuta una protesta piuttosto movimentata: “Sei incompetente, com’è possibile che (i marinai turchi, ndr) erano a 7 miglia da Tobruk e sono già stato liberati e noi ancora qui ad urlare da 102 giorni?“, si domanda l’armatore di uno dei due pescherecci, Giuseppe Giacalone. Alla protesta si è unito anche il Presidente del Consiglio comunale di Mazara, Vito Gancitano, convinto che la manifestazione permetta di comprendere al meglio lo stato d’animo di chi, da oltre tre mesi, attende il ritorno a casa di un proprio caro: “Queste persone non ce la fanno più, non ci sono più parole da spendere“, ha spiegato, facendo appello a “tutte le istituzioni, compreso il nostro concittadino Alfonso Bonafede“.

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