Pescatori italiani sequestrati dalla Libia durante la visita del Ministro Di Maio: nessuna soluzione

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Fonti ed evidenze: AGI, Corriere della Sera, Vita

I familiari dei pescatori protestano da settimane davanti a Montecitorio. Ma nella guerra di potere che coinvolge il Paese nordafricano, l’Italia potrebbe non avere la forza necessaria a battere Haftar

Sono passati ormai due mesi da quando i pescherecci “Medinea” e “Antartide” sono stati fermati a circa quarantina di miglia dalle coste libiche. I loro equipaggi, costituiti da otto italiani, sei tunisini, due senegalesi e due filippini, sono stati fermati e arrestati, e da allora sono detenuti in una caserma di Bengasi, città portuaria e secondo maggior centro della Libia. E se l’attuale emergenza sanitaria causata dalla seconda ondata di contagi da Covid-19 ha fatto sparire dai notiziari la storia dei pescatori incarcerati in Libia, la disperazione dei familiari e la solidarietà della comunità coinvolta, Mazara del Vallo, non ha mai smesso di farsi sentire. Per aiutare le famiglie dei pescatori a sopravvivere, si è organizzata una vera e propria colletta comunitaria. Le bollette della luce le paga il vescovo mentre l’Assemblea regionale, sindacati e Federpesca si danno da fare per versare circa tre mila euro a famiglia. Ma questo non basta e non risolve il problema dei familiari dei pescatori, stanchi del silenzio istituzionale su un caso molto più grande di loro.

I familiari a Montecitorio

Per questo alcuni familiari sono da settimane in un presidio a Roma, e con la loro protesta silenziosa davanti a Montecitorio, vogliono richiamare l’attenzione delle autorità sul loro caso ed esigere che lo Stato riporti a casa i loro cari. Rosetta Ingargiola, 74 anni e madre di Pietro Marrone, comandante di uno dei due pescherecci sequestrati, ha intuito che il peschereccio del figlio ha poco a che fare con la posta in gioco di questa storia. Davanti alla sede parlamentare, la donna si sfoga: “Loro si combattono e mio figlio è da 60 giorni in carcere senza capire perché”. Ingargiola non è sola, e tutto il piccolo gruppo di manifestanti arrivati dalla Sicilia esprime lo stesso dolore e la medesima preoccupazione: vogliono che i loro cari tornino a casa, e hanno il “terrore che tutti dimentichino, qui a Roma”, compresi premier e ministri. Hanno ragione a preoccuparsi. Per questo anche a Mazara un altro gruppo di familiari ha deciso di portare in municipio la loro protesta. Sono capeggiati dal secondo armatore, Leonardo Gangitano, proprietario dell’Artemide.

La dinamica di quanto avvenuto quel primo settembre è al centro di quello che è diventato un vero caso diplomatico per l’Italia, che non sa ancora come risolverlo. Agli armatori dei pescherecci è stata contestata la presenza entro le 72 miglia – sessanta in più delle tradizionali 12 miglia – che la Libia rivendica dal 2005, unilateralmente, come acque nazionali. Il comandante Marrone, che con gli altri era lì in quel giorno per pescare il gambero rosso, spiega che c’era invece il pieno rispetto della norma di non violare “le dodici miglia dalla costa di altri Paesi”. Ma il generale e signore della guerra Khalifa Haftar, in lotta contro premier libico riconosciuto dall’Onu, Fayez al-Serraj non è d’accordo. E con il pezzo che la Libia ha autonomamente “allungato” a 74 miglia, rivendicando un diritto da nessuno riconosciuto e anche sparando colpi di mitragliatrice, ha bloccato i pescherecci. Il generale ha inoltre messo sul tavolo l’accusa di traffico di droga, cercando così di alzare la posta in gioco nelle negoziazioni con Roma.

La vera posta in gioco del sequestro dei pescherecci

Che il vero problema non siano i pescherecci ce lo fanno capire alcuni elementi che, messi insieme, evidenziano come questi non siano altro che capri espiatori. A cominciare dal fatto che il sequestro è avvenuto nella regione di Cirenaica, dominata dal generale Haftar, a poche ore di distanza da una visita del ministro degli Esteri, Luigi Di Maio a Fayez al-Serraj, che si contende il Paese con Haftar, e ha base a Tripoli. Inoltre, e questo è l’elemento che più inquieta la diplomazia italiana, lo stesso Haftar ha affermato i pescatori verranno rilasciati soltanto in cambio della liberazione di quattro libici detenuti in Italia. Si tratta dei calciatori condannati in Italia a 30 anni di carcere con l’accusa di tratta di essere umani. I quattro sarebbero infatti tra gli scafisti della cosiddetta ‘Strage di Ferragosto‘ del 2015 in cui morirono 49 migranti asfissiati nella stiva di un’imbarcazione. Anche i familiari dei condannati fanno pressione sul governo libico per la liberazione dei loro parenti incarcerati. La condanna, hanno detto più volte, si tratterebbe di un clamoroso errore.

Se il sequestro del peschereccio si trattasse, come è sempre più evidente, di una prova di forza di Haftar contro al-Serraj e al contempo di una ritorsione contro l’Italia, forse la diplomazia italiana da sola non sarebbe in grado di risolvere la questione. E anche se il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha ricevuto i familiari dei membri dell’equipaggio un mese fa, garantendo loro che i “servizi” erano all’opera, il silenzio dell’ultimo mese – rea anche la situazione sanitaria – non fa ben sperare. Sono stati in molti a chiedere il rilascio dei pescatori e anche la sezione regionale di Agripesca, ente di riferimento della filiera della pesca, ha minacciato di “bloccare l’intera flotta peschereccia”, che a Mazara del Vallo è composta da circa cento imbarcazioni. Per Nicola Cristaldi, presidente dell’Assemblea Regionale Siciliana e più volte sindaco di Mazara del Vallo, questo tipo di soluzione non è più percorribile. Cristaldi ha partecipato a diverse trattative per il rilascio di pescherecci in passato.

Non è certo la prima volta

Difatti il sequestro delle imbarcazioni italiane da parte della Libia non è un fatto nuovo. Dal 1990 ad oggi se ne contano un centinaio. I pescatori sono costantemente sotto minaccia, ragione per la quale molti chiedono la istituzione di una zona di sorveglianza da parte delle navi della Marina Militare, per contrastare l’appropriazione del Mediterraneo centrale da parte delle fazioni libiche. E se l’Italia continua a investire ingenti quantità di denaro per ‘sostenere’ la Libia nel “controllo del flusso migratorio”, nulla sembra essere stato fatto a sostegno dei pescatori. Prova che si tratta di una categoria che conta sempre meno che in passato, come sostiene Cristaldi. “La marineria di Mazara del Vallo non ha più lo stesso potere politico contrattuale degli scorsi decenni, sottolinea, non abbiamo più 15 mila addetti alla pesca o 400 natanti, non siamo più un elemento appetitoso per la politica regionale e nazionale”. Con l’evidente riduzione di questo “potere contrattuale”, non resterebbe altra soluzione che ricorrere al sostegno di Bruxelles. “Bisogna alzare il livello diplomatico, sostiene Cristaldi, per il quale non si tratta di un problema di “forza muscolare”. “La diplomazia italiana non ce la fa, bisogna coinvolgere Bruxelles”, sostiene.

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