Home Cronaca Valentina, l’ultimo bacio al figlio. Ma la gente non la perdona

Valentina, l’ultimo bacio al figlio. Ma la gente non la perdona

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Valentina Casa, la mamma di Giuseppe, il bimbo ucciso a Cardito da Tony Essobti Badre, il suo compagno, ha un passato oscuro e difficile.

Valentina Casa l'ultimo bacio al figlio Giuseppe

Si è visto il padre naturale di Giuseppe seguire in lacrime il feretro del figlio mentre alcune voci dicevano frasi piene di rabbia: “Quella non si faccia più vedere qui“. Lei, “quella” si chiama Valentina Casa, ha 30 anni, e per molti è la vera carnefice della triste vicenda di Cardito che da giorni riempie i media. E’ solo un volersi sentire superiore a lei? No, è fin troppo facile. Contro di lei si accaniscono tutti o quasi: la famiglia dell’ex marito, le persone sui social e chiunque – o quasi – l’abbia conosciuta. Non c’è per lei una parola di conforto, una parola di sostegno, un minimo di comprensione. Come se, appunto, non fosse una vittima. Come se fosse stata lei a massacrare il suo piccolo Giuseppe, di 7 anni. Invece, a farlo è stato Tony Essobti Badre, il suo compagno italo-tunisino. Ma è comprensibile che saperla lì, ferma davanti al figlio morente, ha scosso molti. Lei, senza un graffio. Il figlio morto, la sorellina pestata.

L’attacco arriva in particolare dalle donne “Io, da mamma, non avrei mai permesso che mio figlio venisse ucciso”. E’questo il pensiero diffuso che muove tutte le critiche. Una reazione comprensibile: la reazione di donne che non accettano alcuna incertezza quando a venire – non dire toccati ma anche solo sfiorati – sono i figli. E’ vero, si fa fatica a immaginarla, Valentina, mentre vede il suo compagno accanirsi contro il figlio. Non la immaginiamo una madre ferma, immobile, come ha detto di essere stata. Piuttosto, la immaginiamo uccidere il convivente. E allora sarebbe stata una vittima che avrebbe agito in modo giusto, anche se, nel farlo, diventava un’assassina. Ma sarebbe stato il danno minore, si tende a pensare, se questo avesse significato salvare la vita del piccolo Giuseppe.

Si fa fatica a pensarla, Valentina, “sotto choc“. E quando veniamo a conoscenza che ha provato a fermare l’ira di Tony, venendo respinta, morsa su una spalla, e che ha provato a difendere la figlia più piccola di quattro anni, nascondendola sotto le coperte ci viene da dire che non ha fatto abbastanza. E il problema di fondo di tutta questa storia è solo uno, e riguarda l’uomo che aveva sotto le coperte ogni notte. Poco affidabile, italiano all’anagrafe ma forse straniero ed estraneo, pericoloso, violento. L’altro problema è stato la sua incapacità a liberarsene. Perchè è probabile che la violenza di lui non si sia rivelata improvvisamente. C’erano stati dei segnali, non molto tempo fa. Durante le esequie ha baciato la bara bianca del piccolo Giuseppe, si è sentita male. E’ uscita da una porta secondaria.

Valentina conosce Tony, un venditore ambulante italo-tunisino, con cui va a convivere a Cardito nel 2018. L’uomo assume con i figli della donna un ruolo genitoriale, come fosse il padre. Mentre il padre, intanto, ne perdeva ogni controllo. Forse, proprio questo filo che lo legava ai figli spingeva la donna a starci insieme. O forse, il legame di Valentina si spiega come una voglia di avere un uomo in casa, chiunque esso sia, dopo una relazione finita male. Fabrizio è l’ex amore della donna, è con lui che ha un primo figlio, morto pochi giorni dopo la nascita. Poi, Noemy e Giuseppe, e poi la separazione. Poi, il toy-boy.  Poi,  dicono,  la voglia  di sesso  più forte  della protezione per i figli. E’ con lui che da al mondo una quarta figlia, la stessa che ha protetto quel pomeriggio di domenica scorsa.

Eppure Valentina da altri viene descritta come una donna tranquilla, seria, “che pagava le bollette“. Aveva lasciato la scuola, da adolescente, per lavorare come collaboratrice domestica. Forse, la poca voglia, o forse Massa Lubrense che non offriva molte alternative. Una realtà difficile, stretta, dalla quale non è facile scappare. Eppure, Valentina si era costruita una vita, i suoi bimbi frequentavano regolarmente la scuola a poche centinaia di metri dalla casa, in via Sirignano.

Mai avevano fatto trapelare qualcosa a scuola. Forse, i problemi erano in casa ed erano semplicemente nascosti. Forse erano così grandi da non poterli dire all’esterno. Se pensiamo che la bimba, in ospedale, si è detta contenta di aver finalmente lasciato quella casa. La violenza tra le quattro mura non era una novità, dunque. Forse, la realtà dalla quale proveniva la madre, non le lasciava alternative. Se non tacere, accettare. Forse, vogliamo sperare, che davvero lei non si sia accorta di quello che stava succedendo. Lo vogliamo sperare, perché siamo tutti esseri umani e tutti potenziali assassini. Così come potenziali vittime. Lo vogliamo sperare perché è vero: il pensiero che una madre non abbia chiesto aiuto pur di difendere il suo uomo spaventa. E’ terribile. E ci fa sperare di non diventare mai così.

Chiara Feleppa