Lockdown e chiusure, la crisi economica dilaga e la Mafia organizza aiuti agli indigenti

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Fonti ed evidenze: Ansa, Fanpage

Sedici persone sono state arrestate a Palermo con l’accusa di associazione mafiosa. Dalle carte dell’inchiesta emerge come la malavita stia cercando di accreditarsi agli occhi della popolazione maggiormente colpita dalla crisi, fornendo una sorta di welfare alternativo. 

La crisi economica dilaga e la Mafia organizza un welfare parallelo
Giuseppe Conte/Alberto Pizzoli, Getty Images

Il rischio che dalla profonda crisi economica derivante dalle restrizioni anti-Covid possa trarre vantaggio chi – come la malavita organizzata – può contare su una importante disponibilità di denaro è stato segnalato più volte da diversi osservatori. Non è un caso, ad esempio, che le varie mafie del nostro Paese abbiano in questi mesi concentrato la propria attenzione sulle attività che – in un contesto economico già complesso – hanno visto peggiorare la loro situazione a causa delle chiusure imposte dai Dpcm che da marzo in avanti si sono susseguiti: nel settore della ristorazione, ad esempio, si è registrato come l’intervento della malavita – che procede prestando denaro a tassi usurari ai titolari in difficoltà, o rilevando direttamente le attività in crisi – sia purtroppo una triste realtà.

D’altra parte i numeri che riguardano il settore della somministrazione e della ristorazione sono impietosi: secondo l’Osservatorio permanente sull’andamento dei consumi, elaborato da Confimprese-Ey, a dicembre 2020 il crollo del giro d’affari è stato pari al 66,8% rispetto al mese precedente e al -46% sulla media annuale. Una crisi di cui, in molti casi, approfittano le Mafie.

Ma la presenza delle mafie è, sul nostro territorio, ben più estesa, con i gruppi organizzati che cercano in molti casi di sostituirsi a tutti gli effetti alle Istituzioni, soprattutto laddove queste non riescano, colpevolmente, a rappresentare per i cittadini una presenza su cui poter contare. E così da Palermo arriva la notizia dell’arresto di 16 presunti affiliati alla Mafia che – fermati con le accuse di associazione mafiosa, tentato omicidio, estorsioni, danneggiamenti, minacce aggravate, detenzione abusiva di armi da fuoco – cercavano tra le altre cose di accrescere il proprio consenso tra la popolazione garantendo una sorta di welfare alternativo – capace di sostituirsi a quello che lo Stato non è più in grado di sostenere – aiutando economicamente le famiglie indigenti.

Gli arrestati – provenienti dai quartieri Tommaso Natale, Partanna Mondello, Zen e Pallavicino – distribuivano la spesa a chi è stato toccato più duramente dalla crisi economica, garantendo a Cosa Nostra di accreditarsi come referente capace di fornire aiuti ai cittadini della zona. In manette è finito anche Giuseppe Cusimano, ritenuto il nuovo capofamiglia del quartiere Zen-Pallavicino, che, già dagli inizi della crisi pandemica quasi un anno fa, aveva provveduto ad organizzare una distribuzione alimentare per le famiglie più bisognose.

Un gesto fortemente simbolico, come sottolineato dal Generale Arturo Guarino, comandante provinciale dei Carabinieri di Palermo: “Siamo di fronte a un episodio indicativo della continua ricerca di consenso sul territorio da parte dei mafiosi, volto a ottenere il favore morale della gente comune, se non l’esplicito appoggio“, ha spiegato il militare, che ha poi sottolineato che guadagnare il sostegno delle aree più disagiate rappresenti per Cosa Nostra “una preoccupazione costante” e parallela alle cattività criminali tradizionali, dallo spaccio alle estorsioni. “Non lo dobbiamo consentire“, ha detto ancora Guarino, “per questo, proprio allo Zen, i carabinieri svolgono una significativa opera al fianco delle associazioni di volontariato, per stare vicino a chi a bisogno e dare una speranza“.

Nel corso delle indagini è emerso inoltre che i mafiosi imponevano agli imprenditori impegnati in attività edili l’utilizzo ad imprese amiche e riscuotevano puntualmente il pizzo da numerose attività aperte al pubblico. Come sempre, i malavitosi erano pronti a minacciare chiunque opponesse resistenza o facesse ritardi nei pagamenti: sono almeno 13 le estorsioni aggravate da metodo mafioso – 10 consumate e 3 tentate – ricostruite nel corso dell’inchiesta. A queste si aggiungono due danneggiamenti seguiti da incendio, mentre sono in tutto 5 gli imprenditori che hanno trovato il coraggio di sporgere denuncia.

 

 

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