Italia impreparata sui vaccini, corsa contro il tempo per recuperare il ritardo

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Fonti ed evidenze: Corriere della Sera, Open, Roberto Burioni Twitter

L’Italia ha iniziato solo ora a correre sui vaccini ma i problemi di fornitura e di distribuzione rischiano di non far recuperare il ritardo.

Nonostante le migliori intenzioni – e le continue promesse – sui vaccini anti Covid i conti non tornano. L’Italia, primo Paese in Europa e tra i primi al mondo per numero di decessi legati al Covid, è partita in ritardo rispetto a Stati Uniti, Gran Bretagna, Germania, Cina. E benché il Governo negli ultimi giorni, stia premendo sul pedale dell’acceleratore, il ritardo sulla tabella di marcia potrebbe non venire recuperato facilmente. Secondo i piani del Governo del Premier Giuseppe Conte, entro settembre 2021 almeno il 50% della popolazione sarà vaccinata. Questo ambizioso progetto – ribadito più e più volte con un certo ottimismo anche dal commissario straordinario Domenico Arcuri –  rischia di subire significativi slittamenti, tanto a causa dei problemi logistici di diffusione e distribuzione quanto per le autorizzazioni e forniture.

A fronte di 470mila dosi di vaccino consegnate all’Italia tra il 30 dicembre e il primo gennaio,  lunedì 4 ne risultavano somministrate appena 122mila. Le altre quasi 350mila sono rimaste in attesa. Poi dal 6 il ritmo è aumentato – 80mila dosi al giorno in Italia – ma ancora in modo insufficiente. Senza tenere conto di eventuali – ma probabili – slittamenti, già la stessa fase 1 che va da gennaio a marzo mostra delle lacune soprattutto in merito alle forniture. Nella fase 1, il farmaco dovrà essere somministrato  a quasi 6 milioni e mezzo di persone tra anziani over 80, operatori e ospiti delle Rsa, sanitari e sociosanitari. Pertanto, solo per la prima fase della campagna vaccinale, servirebbero 13 milioni di dosi. Ma, tenendo conto delle forniture che sappiamo con certezza arriveranno in Italia – 8,794 milioni  garantite da Pfizer e il primo milione e 300 mila di Moderna – mancano all’appello circa 3 milioni di dosi. Considerando che il vaccino di AstraZeneca non sarà disponibile fino a febbraio,  a pagare le spese di questa carenza potrebbero essere gli over 80 che, in ordine di priorità, vengono dopo medici, infermieri, ospiti e lavoratori delle Rsa.

 

Altro problema: il ritmo a cui stiamo procedendo. Secondo la tabella del commissario Arcuri  entro marzo, potranno essere vaccinate circa 5,9 milioni di persone. Ma, dal 31 dicembre ad oggi, in Italia vengono vaccinate in media 45mila persone al giorno. Continuando di questo passo a fine marzo saranno non più di 2 milioni i cittadini vaccinati: meno della metà dei numeri previsti. Nelle ultime ore il Ministro della Salute Roberto Speranza ha spiegato che, a breve, si passerà ad un regime di circa 70 mila vaccinazioni quotidiane. Ma anche in questo caso il gap tra realtà e aspettative resterebbe: anche vaccinando 70mila persone al dì, alla fine di marzo si raggiungerebbe quota 3 milioni di vaccinati e non 5,9.

E ai problemi legati alle dosi si sommano le siringhe inadeguate all’iniezione e il numero troppo esiguo di tamponi effettuati nel nostro Paese che rischiano di compromettere l’efficacia del sistema di tracciamento e isolamento degli asintomatici.

L’Italia ai tempi del Colera

Nel 1973 il Governo italiano fece vaccinare circa un milione di persone nel giro di un mese per un’epidemia di colera e tuttavia non mancarono le polemiche per ritardi e problemi logistici, prima della risoluzione  della situazione.

L’epidemia iniziò nel periodo successivo alla festività di Ferragosto ma il Governo riconobbe ufficialmente il problema solo il 28 agosto. I cronisti dell’epoca parlarono di un grave ritardo nell’intervento dei medici – che pure erano memori di un’altra epidemia analoga del 1884 che fece più di 14.000 vittime – e nella disinfezione delle strade che avvenne in modo molto tardivo.  Il Corriere della Sera all’epoca riportò questa frase in merito all’epidemia di Colera di Napoli: “Si fa strada l’opinione che una più immediata e consapevole reazione delle autorità alle prime segnalazioni d’allarme avrebbe potuto bloccare con notevole anticipo il contagio” – si legge sull’edizione del 31 agosto 1973.

Si possono notare diverse analogie con la situazione attuale: forse, anche per questo il noto virologo Roberto Burioni ha voluto ricordare sul suo profilo Twitter questo episodio, come un monito per il Governo di “fare meglio” con la campagna di distribuzione dei vacciniIl procuratore capo di Bergamo Antonio Chiappani è convinto che ora come allora, il problema dei ritardi sia legato ad una scarsa preparazione all’eventualità di una pandemia: Eravamo impreparati. Questo ormai mi pare un dato acquisito. Finora abbiamo rilevato purtroppo che c’è stata tanta improvvisazione” – le sue dichiarazioni in merito.

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