Coprifuoco serale, limitazioni per bar e ristoranti, per il prof. Galli non è abbastanza

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Fonti ed evidenze: TGCom 24, Stampa, Corriere della Sera

Poco più di dieci giorni fa la parola d’ordine era “resistere”. Poi il contagio giornaliero è più che triplicato e il motto è “fermare velocemente la crescita”. E ci sembra di essere in ritardo in una battaglia i cui esiti abbiamo già intravisto a maggio.

 

Il sette ottobre, poco più di dieci giorni fa, la parola d’ordine era “resistere”. “Resistere, resistere, resistere”, aveva raccomandato agli italiani il sottosegretario alla Salute Sandra Zampa, in vista dell’arrivo della seconda ondata dei contagi da Coronavirus. Sempre in quel giorno, il Ministro della Salute Roberto Speranza parlava di sette, otto mesi di resistenza. I nuovi positivi di quel 7 ottobre, 3.677, non erano mai stati così tanti dal 16 aprile quando si erano contati 3.786 nuovi contagiati. Poi qualcosa è successo. In undici giorni siamo passati dai poco più di 3.500 agli 11.705 nuovi contagiati giornalieri. E dacché biasimavamo la Spagna, la Francia, e il Regno Unito e le loro decine di migliaia di nuovi positivi al giorno, siamo passati a considerare quei numeri con timore e riverenza. Forse i prossimi saremo noi? Nel frattempo, e non poteva essere altrimenti, la parola d’ordine è cambiata. Fermare la crescita dei contagi è il nostro prossimo obiettivo, il nuovo motto, che ripetiamo con un ché di nostalgia per i numeri di appena una settimana fa. E non solo dobbiamo fermare la crescita, ma dobbiamo farlo immediatamente. “Il tempo è poco“, dice il responsabile del reparto malattie infettive all’Ospedale Sacco di Milano, Massimo Galli.

E che l’aria è cambiata lo vediamo anche dal ritorno alle prime pagine dei principali quotidiani nazionali di tutti gli esperti che hanno dominato la scena dell’informazione italiana nella prima ondata. Esperti che, forse, avevano qualche cosa da dire anche venti giorni fa, ma i giornali erano di sicuro occupati in altro. E quindi con la leggera sensazione di essere in ritardo, e l’impressione di esserci persi qualcosa nel frattempo, per qualche piccola distrazione, sentiamo Galli che ci dice, senza mezzi termini, che siamo di fronte ad una situazione importante e rischiosa, che si stanno riaprendo i reparti di terapia intensiva, che “abbiamo paura per i ricoveri e di rivivere situazioni che non avremmo voluto rivedere“. E che lui torna a vivere al suo reparto al Sacco. Insomma, anche se – come ammette lo stesso Galli – non siamo ai livelli della prima ondata, c’è da agire velocemente, e per evitare il lockdown bisogna collaborare e tenere conto anche di chi sarà penalizzato maggiormente come attività economiche.

Se sulla decisione del Governo di non chiudere le palestre l’esperto è d’accordo che con il giusto distanziamento, “può funzionare, l’importante è che non si crei assembramento”, sulla gestione generale della riapertura del paese al seguito del lockdown Galli è molto più severo. “In questo caso tutto il sistema è stato carente con un’articolazione molto complessa di poteri in ambito ospedaliero tra governo e regioni”. Per Galli, quando si è “in molti a poter decidere”, spesso davanti a un’emergenza vera si rischia di causare più danni che altro. “Mi sarei augurato più concretezza e meno litigiosità”. Il che, tradotto nelle misure degli ultimi giorni, vuol dire più decisioni prese a livello nazionale, evitando la discrezionalità lasciata a Regioni e Comuni, proprio per attuare una strategia efficace, “in maniera coerente e in aiuto di tutti” ha detto il virologo.

La preoccupazione di Galli, di ritrovarci tra quindici giorni sullo stesso livello di Francia, Spagna e Regno Unito e di tornare alla situazione di aprile, è condivisa anche da Andrea Crisanti, direttore Microbiologia e virologia dell’università di Padova, che punta il dito contro il tracciamento dei contagi il quale, secondo l’esperto, non funziona più, e quindi non si riesce ad arrestare la trasmissione. Per questo il lockdown, anche se è la misura più drammatica, è anche la più semplice, sostiene Galli, che sui suoi possibili risvolti, non ha dubbio: “per strada non vedo gente morire di fame, ma vedo gente morire di Covid negli ospedali”, ha concluso il virologo.

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