Ad appena 4 giorni dall’approvazione delle modifiche ai Decreti Sicurezza, il costo dell’accoglienza per lo Stato italiano è già cresciuto di 88 milioni di euro.

Una delle principali modifiche apportate nei giorni scorsi dal Governo ai Decreti Sicurezza riguarda l’incremento dell’accoglienza diffusa negli ex Sprar, ossia tutti quei servizi per richiedenti asilo che vengono forniti da associazioni, onlus e cooperative nel territorio dei comuni italiani.

Una decisione che, sottolinea Il Giornale, comporta un costo per lo Stato, con l’Esecutivo che ha deciso di stanziare 88 milioni di euro che verranno ora suddivisi tra le municipalità che potranno così rinnovare i propri progetti di accoglienza diffusa alla scadenza del prossimo 20 dicembre. Inoltre, in seguito a questo stanziamento, potranno anche di incrementare il numero di richiedenti asilo che finiranno sotto la loro gestione.

La previsione dei nuovi decreti riguarda tra l’altro ulteriori rifinanziamenti che andranno a coprire le scadenze degli anni successivi, sia per il 2021 che per il 2022. Una spesa che va a incrementare il totale di 500 milioni che era stato fin qui sostenuto dal Governo per finanziare il sistema degli Sprar e che, nel giro di pochi giorni dalle modifiche ai Decreti Sicurezza, è salito a 588 milioni.

Le modifiche ai Decreti Salvini, come spiega bene Internazionale, oltre a riguardare la politica dello Stato nei confronti delle Ong, intervengono in modo sostanziale sulla parte dedicata all’accoglienza. Il ripristino delle protezione umanitaria, che si inserisce nel quadro dell’incremento del sistema degli Sprar sopra citato, non rientrava nei rilievi al decreto presentati nei mesi scorsi dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che aveva invece posto l’accento sulla necessità di rendere le sanzioni comminate alla Ong “proporzionate alle violazioni”.

La decisione di intervenire sui Decreti, varati su iniziativa del leader della Lega Matteo Salvini ai tempi del primo Governo Conte, era stata sollecitata dal Partito Democratico sin dall’insediamento del nuovo Esecutivo nell’estate del 2019, tanto da essere stata inserita nel programma con cui il Premier si presentò alle Camere per chiedere la fiducia. Eppure, fino a pochi giorni fa, il piano delle modifiche aveva incontrato non poche resistenze da parte del Movimento 5 Stelle, al cui interno esiste tuttora una frangia di parlamentari che avrebbe preferito mantenere i Decreti come varati nel settembre 2018. A dare un impulso probabilmente decisivo in favore delle modifiche sono state le elezioni regionali del 20 e 21 settembre: il risultato negativo riportato dai grillini, che hanno fatto registrare un sensibile calo di voti un po’ ovunque, e quello – contemporaneo – del Pd, che è uscito in qualche modo rafforzato dalle urne, hanno convinto il segretario Dem Nicola Zingaretti a rompere gli indugi e alzare un forte pressing sul Premier Giuseppe Conte, che ha alla fine acconsentito ad apportare modifiche ai testi.

Lorenzo Palmisciano

Fonte: Il Giornale, Internazionale

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