500 milioni di euro provenienti dalle donazioni usati per speculazioni, dicono i magistrati

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Si allarga l’inchiesta che ha portato alle dimissioni del Cardinal Becciu. Sono in tutto sette le persone coinvolte con le accuse di peculato, abuso di autorità e corruzione. 

 

Non solo il Cardinale Angelo Becciu. Lo scandalo sui fondi dell’Obolo di San Pietro si allarga, e ora sono in totale sette le persone sotto inchiesta con le accuse di peculato, abuso di autorità e corruzione. Lo riporta La Repubblica, che spiega che dal Vaticano sia arrivata la decisione di accelerare nel procedimento nato dall’acquisto, portato a termine tra il 2013 e il 2018, di un palazzo nel centro di Londra per la cifra esorbitante di 300 milioni di euro.

L’acquisizione dello stabile, situato al 60 di Sloane Avenue, a Kensington, rientrava in un investimento più ampio, rivelatosi, alla fine dei conti, svantaggioso per la Santa Sede. Ma che aveva tuttavia permesso al finanziere Raffaele Mincione e al broker Gianluigi Torzi commissioni importantissime, pari rispettivamente a 16 e 10 milioni di euro. Nelle ultime settimane la lunga e complessa indagine condotta dal promotore di Giustizia Gian Piero Milano e dall’aggiunto Alessandro Diddi ha conosciuto una svolta. La Guardia di Finanza di Roma, infatti, ha dato risposta ad una rogatoria vaticana in cui venivano chiesti chiarimenti su una serie di movimenti e transazioni, avvenuti per la maggior parte all’estero. Dai documenti forniti dalle fiamme gialle emergerebbe che almeno 500 dei 650 miloni di euro “derivanti in massima parte dalle donazioni ricevute dal Santo Padre per opere di carità e per il sostentamento della Curia Romana“, sarebbero stati utilizzati per realizzare investimenti finanziari spregiudicati, anche in paradisi fiscali, con “vistose irregolarità” che aprono “scenari inquietanti”.

Alle indagini avrebbe dato il suo contributo anche Torzi, arrestato dalla Gendarmeria Vaticana lo scorso 5 giugno. Il broker avrebbe fornito una precisa ricostruzione dei fatti, sulla quale sarebbero stati già effettuati importanti riscontri.  Una ricostruzione che avrebbe convinto definitivamente Papa Francesco a prendere iniziative nei confronti dell’ormai ex monsignore Becciu. Con lui, sono stati oggetto dei provvedimenti del Santo Padre gli altri sei coinvolti nell’indagine, già tutti sospesi dal Pontefice: in primo piano ci sono monsignor Alberto Perlasca, in passato a capo dell’ufficio che gestisce l’Obolo di San Pietro, monsignor Maurizio Carlino, capo dell’Ufficio Informazione e Documentazione insieme a  Vincenzo Mauriello e Fabrizio Tirabassi, dirigenti della Segreteria di Stato. Secondo il settimanale L’Espresso un ruolo decisivo nell’accelerazione subita dalle indagini sarebbe stato giocato anche dalla decisione, presa da uno dei quattro, di collaborare con la giustizia. A loro si aggiungono il direttore dell’Autorità di Informazione Finanziaria del Vaticano Tommaso Di Ruzza e Caterina Sansone, un’addetta all’amministrazione.

Alle dichiarazioni di Torzi, che potrà fornire nelle prossime settimane importanti informazioni, si aggiungono gli accertamenti condotti dalla Guardia di Finanza e, soprattutto, i file ritrovati nel tablet e nel cellulare di Raffaele Mincione. Tutti elementi che renderebbero chiari e documentati i fatti fin qui ricostruiti dall’inchiesta.

Stupisce come il Vaticano abbia potuto decidere di collaborare con un professionista “chiacchierato” come Torzi: segnalato negli archivi delle banche come “figura ad alto rischio” e oggetto di un’informativa del nucleo speciale di Polizia valutaria, il broker era conosciuto per la sua spregiudicatezza e per la sua dubbia fama che, nell’ambiente, lo precedeva.

Lo scandalo ha attirato l’attenzione di tutto il mondo sulla Santa Sede. Non è quindi passato inosservato il riferimento – non esplicito ma certamente non casuale – fatto ieri da Papa Francesco nel corso dell’Angelus: “Gesù era sempre con i peccatori, con i malfattori pure, ma loro si sentivano vicini a Gesù, non si sentivano giudicati. Ma Gesù mai ha detto una menzogna, una bugia. A volte qualcuno può scivolare un po’ ma le menzogne non hanno a che fare con la vita di un cristiano.

Lorenzo Palmisciano
Fonte: La Repubblica, L’Espresso

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