700 mila euro al fratello: il Cardinale perde stipendio e pensione. E non potrà entrare in Conclave

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Emergono particolari sulle ragioni che hanno portato alle dimissioni del Monsignor Angelo Becciu. Secondo l’accusa, il Cardinale avrebbe architettato un intreccio di soldi e incarichi per favorire i fratelli.

Soldi, tanti soldi, e incarichi ottenuti dai fratelli del Monsignor Angelo Becciu. Sarebbero questi gli elementi alla base del terremoto politico che sta attraversando il Vaticano, con le dimissioni forzate che Papa Francesco ha sostanzialmente imposto all’ex prefetto della Congregazione delle cause dei Santi. Al monsignore sarebbero stati tolti tutti i diritti cardinalizi, lo stipendio e la pensione, l’immunità diplomatica, il titolo onorifico è all’esame del tribunale della Segnatura Apostolica per la riduzione allo stato laicale. Certo è che al momento, salva un’eventuale riabilitazione, Becciu non potrà entrare in Conclave per l’elezione del prossimo Pontefice.

C’è il sospetto di un buco gigantesco nelle casse vaticane: 500 milioni di euro. Secondo La Verità, Becciu sarebbe stato l’uomo che ha permesso l’accesso in Vaticano a speculatori e finanzieri d’assalto. L’esempio più eclatante è quello di Enrico Crasso, ex banchiere del Credit Suisse e fondatore – su indicazione del Cardinale – della società di intermediazione finanziaria Sogonel. Una società che aveva come unico cliente la Segreteria di Stato vaticana e da cui sarebbero transitati, nel giro di 4 anni, oltre 500 milioni di euro. Soldi che venivano utilizzati per finanziare piccole società in paradisi fiscali schermate da trust. Dietro queste coperture, secondo gli inquirenti, ci sarebbero proprio Antonino, Mario e Francesco: i fratelli del monsignore

Le donazioni.

Al centro del caso, come scrive Rainews, ci sarebbero anche diverse centinaia di migliaia di euro provenienti da contributi Cei e, in parte, anche dall’Obolo di San Pietro – cioè quelle donazioni effettuate dai fedeli per aiutare i più poveri – che sarebbero finite nelle casse della Cooperativa Spes di Ozieri, Sassari, di cui Antonino Becciu, fratello di Angelo, è il rappresentante legale. In particolare hanno attirato l’attenzione dei magistrati due diverse operazioni: una donazione di 100 mila euro decisa dallo stesso Becciu quando ricopriva l’incarico di sostituto per gli affari generali presso la Segreteria di Stato vaticana, e un’altra, precedente, di 300 mila euro. Soldi stanziati dalla Cei ma sulla cui destinazione ci sarebbe stata una forte raccomandazione da parte del Cardinale. Ma se si torna indietro nel tempo, spiega Repubblica, le somme sembrerebbero ancora maggiori: “Il tracciamento sardo riguarda 700 mila euro alla coop sociale Spes di cui il minore Tonino, 61 anni, è il presidente. Denaro arrivato dalla Santa Sede in tre tranche: nel 2013 e 2015 due da 300 mila, altri 100 mila nel 2017“.

Secondo il diretto interessato, però, le cose sarebbero andate diversamente: nessuna donazione alla Cooperativa del fratello, nessun tipo di peculato. “Quando ero sostituto avevo trasmesso alla Caritas diocesana di Ozieri 100 mila euro che sarebbero poi transitati sul conto della Spes“, spiega Becciu. “Mi sono detto: in tanti anni che sono qua non ho mai fatto un’opera di sostegno alla Sardegna. Così, visto che c’è una situazione di emergenza, ho voluto destinare quei soldi alla Caritas. Mi sembrava strano che fossero destinati alla coop di mio fratello e così ieri sera ho telefonato al vescovo e a mio fratello ed entrambi mi hanno detto: ‘ma no, quei soldi sono alla Caritas, stiamo facendo un progetto per aiutare i poveri’. Quindi non capisco perchè vengo accusato di peculato e di favoreggiamento“. Accuse respinte al mittente anche a proposito dell’altra donazione: “Mi si fa debito di aver raccomandato la mia diocesi. Ma non c’è peculato, non erano miei quei soldi, ho solo telefonato per dire di prenderla in considerazione perché stavano portando avanti una bella attività che dà lavoro a 60 operai e mantiene le loro famiglie. Ditemi se io non potevo spendere una parola in loro favore“.

Di fronte a queste accuse, spiega Il Corriere della Sera, il Cardinale dice di sentirsi “un pochino stralunato“. Poi, minaccia querele: “Non ho reso ricca la mia famiglia: potete andare a Pattada e vedere come vivono i miei, che macchine hanno…Io ho solo dato soldi ad una istituzione“.

La birra del fratello Mario.

Eppure i sospetti su monsignor Becciu non finiscono qui. Nelle inchieste dei magistrati vaticani sarebbe finita anche la Angel’s srl, compagnia che produce birre artigianali e che ha per amministratore delegato Mario Becciu e tra i cui soci compare anche l’altro fratello del Cardinale, Francesco. In base a un accordo siglato con la Caritas Roma, la società dei Becciu sarebbe autorizzata ad utilizzare il marchio “Caritas Roma” per contrassegnare uno dei propri prodotti, la “Birra Pollicina“, in cambio del 5% del fatturato di vendita. Il sospetto degli inquirenti è che la regia dell’operazione sia proprio del Cardinale, e che abbia la finalità di produrre guadagni indiretti alla Angel’s srl. Un sospetto privo di fondamenti, secondo l’accusato, che spiega: “E’ mio fratello che ha contatti con la Caritas di Roma, io non ho alcun contatto“.

La falegnameria del fratello Francesco.

Non convincono, infine, i rapporti tra Francesco Becciu – titolare di una falegnameria a Pattada – con le nunziature vaticane in Angola, Egitto e Cuba, rette a lungo dall’ex prefetto. Secondo chi indaga, infatti, sarebbero stati commissionati alla ditta di Francesco una serie di lavori sul legno pagati, in alcuni casi, con i fondi dell’Obolo di San Pietro. Anche su questo caso, Becciu vuole fare chiarezza: “Quando ero nunzio in Angola, nel 2005, stavo ristrutturando la casa, i falegnami del posto erano così così e alla fine ho chiesto a mio fratello di fare due porte e mandarmele“. Una scelta, quella della falegnameria del fratello, fatta anche ai tempi del mandato del Cardinale a Cuba: “Mi misi a ristrutturare la nunziatura e tutti mi compiangevano, dicendo che lì era impossibile lavorare. Chiesi a mio fratello di venire come falegname. Chiamatelo conflitto di interessi, ma non so. Avevo anche chiesto autorizzazione, concessa, alla Segreteria di Stato“.

Lorenzo Palmisciano

 

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