Coronavirus, il 4 febbraio i medici scrissero al Governo chiedendo protezioni adeguate

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Mentre ci addentriamo nel pieno dell’emergenza sanitaria, scarseggiano i materiali protettivi prima per il personale sanitario poi per i cittadini. Una crisi che ha alimentato un mercato nero che stritola l’Italia in queste settimane. 

Coronavirus, il mercato nero delle mascherine condanna l'Italia - Leggilo.org

In Italia scarseggiano i materiali protettivi, mascherine, tute, occhiali e guanti, sia per il personale sanitario, sia per i cittadini. Eppure già il 22 gennaio, il Ministero della Salute, guidato da Roberto Speranza, era a conoscenza del fatto che i medici, per il trattamento medico dei pazienti affetti da Covid-19, necessitavano di adeguate misure di biosicurezza. Siamo a 28 giorni prima del caso di Codogno, considerato tutt’ora il primo paziente italiano contagiato dal virus. Il 4 febbraio le organizzazioni dei medici scrivono alle Autorità, chiedendo un urgente rifornimento dei materiali protettivi, in vista dell’eventuale epidemia. Una lettera che rimarrà inascoltata e che, se fosse stata seguita, forse avrebbe potuto arginare i problemi attualmente vissuti dalle strutture ospedaliere. Come spiega la giornalista Milena Gabanelli a Il Corriere della Sera, l’emergenza sanitaria ha fatto aumentare vertiginosamente la domanda dei materiali protettivi. Il nostro Paese, che è stato il primo ad affrontare una tale emergenza su larga scala, si è trovato in balia degli speculatori e soffocato dal mercato nero. Una speculazione da cui andava, e poteva, essere protetto.

Oggi, in piena emergenza sanitaria, si calcola che il nostro Paese abbia bisogno di qualcosa come 90 milioni di sole mascherine. La sola Lombardia, Regione più colpita dall’epidemia, avrebbe bisogno di un milione e mezzo di mascherine. Tra le 500mila e le 600mila unità le Regioni di Emilia-Romagna e Veneto. La piramide burocratica non aiuta: la Protezione Civile partecipa, tramite la Consip, alle gare internazionali, ma al momento è riuscita a soddisfare soltanto il 30% della richiesta pervenuta dalle Regioni. Le Regioni, a loro volta, indicono bandi propri, ma i loro fornitori ufficiali hanno ormai finito le scorte e si rivolgono all’estero. Ma non sempre le cose vanno bene. La Comitec, ad esempio, che fornisce l’Emilia-Romagna e le Marche, il 2 marzo ha ordinato 2 milioni di pezzi. Ne vengono consegnati subito 200mila unità, per 670mila euro. Ma poi il Presidente della Turchia Recep Erdogan decide di bloccarle alla dogana di Ankara dal 5 marzo. Nonostante la telefonata del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte quelle mascherine giacciono in quei depositi.

Non è certo l’unico episodio. Come spiega Repubblica, la Repubblica Ceca, nei giorni scorsi, ha sequestrato 110mila mascherine destinate al nostro Paese e inviate dalla Cina. Solo dopo intensi negoziati, il Governo di Praga si è impegnato a restituire il materiale. Un altro grande carico, formato da un milione e 700mila mascherine, destinate alla Lombardia, sono state bloccate a Mumbai, per volere del Governo de Il Cairo. La Centrale Acquisti Lombarda ha ordinato 123 milioni di pezzi, ma al momento ne sono arrivati soltanto 6,3. Tutto questo non fa altro che alimentare un mercato sotterraneo, al quale le ASL si aggrappano alla ricerca disperata di materiale protettivo per i propri medici.

Spiega Silvia Orzi, Direttrice del Servizio Acquisti Ospedalieri per l’Emilia Romagna: “A questo punto abbiamo cominciato a trattare con tutti, dai venditori di piastrelle a quelli dell’acciaio, che dicono di avere contatti personali con la Cina o altri Paesi, ed escludiamo chi non ci dà abbastanza garanzie”. E continua: “Forniamo una lettera di credito e paghiamo alla consegna, ma i primi ordini non sono mai arrivati, allora in alcuni casi anticipiamo il 10% con bonifico assicurato, alla fine qualcosa arriva, ma in termini ridotti rispetto a quello promesso”. Fioriscono nuovi intermediari, dai broker che si riconvertono nel settore ad aziende che da anni collaborano con le ASL su altri settori. Molto di quel materiale non arriva e finisce sul mercato nero, o sui siti online, che li vendono a prezzi più che triplicati: le mascherine FFP3 sono passate da 3.49 euro a 9.6, mentre le FFP2 sono passate da 2,6 euro a 7.40, ma online si trovano anche a 20 euro. Le mascherine chirurgiche sono passate da 0.30 cent a 3,99 euro, mentre le tute sono arrivate a 20 euro.

Il Governo ha cercato di corre ai ripari e, nell’art.6 del Decreto del 17 marzo si prevede che: “Tutto il materiale non destinato a servizi essenziali o salute pubblica, venga sequestrato e consegnato agli ospedali”. Ad oggi è stato bloccato alla Dogana un milione e mezzo di mascherine, 1840 dispositivi di ventilazione, 4398 apparecchi medicali, 23 aspiratori chirurgici e 50.000 apparecchi per la terapia intensiva. Il Commissario Domenico Arcuri ha previsto che tutto il materiale sia gestito dalla Protezione Civile, che valuterà di volta in volta a chi andranno, a seconda dell’emergenza, i materiali sequestrati. L’art. 15 dello stesso decreto autorizza la produzione di guanti e mascherine per uso medicale e per i lavoratori, in deroga alle norme Ce. Ma le aziende pronte alla riconversione sono ferme: a bloccare l’iter burocratico. Queste aziende prima di partire con gli investimenti, vogliono avere certezze sul fatto che nessuno contesti poi la sicurezza del prodotto. I produttori si sono rivolti a Italcert e società che testano i materiali per avere indicazioni, le quali hanno definito una procedura semplificata e inviata all’Inail e all’Istituto Superiore della Sanità. Misure però bocciate, che hanno lasciato nel limbo le aziende.

 

Fonte: Il Corriere della Sera, Repubblica

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