L’infermiera di Milano: “Qui dentro si piange sempre, le persone muoiono sole”

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Il racconto struggente di Maria Cristina Settembrese, infermiera infettivologa del reparto di sub-intensiva dell’ospedale San Paolo di Milano, attiva in prima linea da giorni per fronteggiare l’emergenza Coronavirus. 

Coronavirus infermieri - Leggilo

“Qui dentro si piange sempre: la gente soffre, tanti ce la fanno, ma in tanti muoiono, e muoiono male. Sono persone sole, nessun parente può entrare a dare loro sollievo, nessuno può stringergli la mano”. Così, Maria Cristina Settembrese, racconta questi giorni di lavoro stremante durante l’emergenza Coronavirus. La donna, 54 anni, è infermiera infettivologa del reparto di sub-intensiva dell’ospedale San Paolo di Milano. Intervistata a Circo Massimo, su Radio Capital, si è lasciata andare ad un racconto di quanto accade nelle terapie intensive.

Le persone sono sotto dei caschi e non riescono a parlare bene. Hanno solo noi, quando entri là dentro sei il loro raggio di sole. Cerchiamo di far fare messaggi, videochiamate. Ma è straziante”, dice con il fiato spezzato. L’infermiera si era recata anche a Codogno per effettuare i tamponi e i Nas avevano effettuato su di lei un test per valutare la positività. Tuttavia, adesso, finché non ci sono sintomi non ci sono neanche i tamponi. “Non lo trovo carino. Io ho due genitori anziani, mia figlia di 22 anni, mia sorella con i bambini. Li vedo dalla finestra”, racconta Maria Cristina che ha cominciato a lavorare all’età di 18 anni. Adesso ne ha 54, e sono 34 anni che fa questo mestiere. “Posso vergognarmi di dire quanto guadagno? Prendo 1600-1650 incluse tutte le notti e le festività. Siamo bistrattati, si sono ricordati tutti di noi con il Coronavirus. È una vergogna, ma non molliamo”, ha concluso.

Alle telecamere di Fanpage, Maria Cristina aveva anche raccontato il suo turno di notte in terapia subintensiva. Qui, tutti e 15 i letti disponibili sono occupati da contagiati dal nuovo virus. I più giovani hanno 48, 50 e 61 anni. “Non ho mai sentito nulla del genere in 30 anni di professione”, ha detto l’infermiera che ha definito il suo reparto “purgatorio”, a metà tra quello della rianimazione, al piano di sopra, e quello sotto, riservato a coloro i quali hanno una prognosi più favorevole e vanno verso la dimissione. “Nella mia vita da infermiera, ho pianto una volta a 18 anni e qualche volta quando sono mancati pazienti di lungo corso, a cui mi ero affezionata. Ora invece si piange tutti i giorni, soprattutto quando devi scrivere tre lettere: NCR”, dice.

NCR, vuol dire : non candidato alla rianimazione. Da quando c’è l’emergenza Coronavirus, le notti in ospedale sono diventate più lunghe e anche i giorni sembrano non passare mai: “Io e le mie colleghe siamo una squadra, è un continuo vestirci e spogliarci. Non mangiamo, non dormiamo. Prendiamo integratori per tenerci su”.

Maria Cristina spera di avere più presidi per proteggerci in reparto e di poter contare sull’aiuto di altri colleghi. Spera anche in uno stipendio più alto che possa corrispondere realmente alle proprie responsabilità. “E, quando sarà finito tutto, andare a Marsa Alam e davanti al mare dimenticare tutto”, ha concluso. Ciò che però è certa di non poter mai dimenticare sarà lo sguardo dei malati: “E’ l’unico modo per comunicare tra noi col volto coperto e loro sotto il casco. E riusciamo a dirci tutto. Quando vanno in crisi, gli tocco le gambe, perchè il resto del corpo è pieno di fili”.

Fonte: Radio Capital, Fanpage

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