Sembra proprio vero: chi va con lo zoppo prima o poi impara a zoppicare. Dopo l’ennesima scissione interna del PD, voluta dallo stesso Matteo Renzi, pare ora sia giunto il momento dei pentastellati. E tutto ruota introno al leader Luigi Di Maio, e a 6 milioni di voti perduti.

Di Maio contestato - Leggilo

A Palazzo Madama, durante una riunione dei senatori del partito, il capo politico Luigi Di Maio  è stato apertamente e pubblicamente contestato. La riunione ha partorito 10 nomi di potenziali ed eventuali capi gruppo, tra cui l’ex Ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli. E’ stato inoltre stilato e firmato da 70 senatori un documento con il quale si fa richiesta di attivazione immediata della piattaforma Rousseau, per ridiscutere e cambiare gli articoli 5 e 7 dello statuto interno del Movimento, inerenti proprio la figura del Capo politico. C’è chi parla di “golpe” di Stato e chi di un semplice assestamento del regolamento interno del Movimento, con lo scopo di gestirlo in maniera più collegiale. Certo non si sono risparmiati toni aspri e di rivolta da parte di alcuni membri di spicco: “Di Maio dovrebbe lasciare tutti gli incarichi” ha affermato con cipiglio da leone il senatore Mario Giarrusso, e ha rincarato la dose accusando una deviazione del Movimento a favore di un accentramento di ruoli e prerogative in un’unica persona: “Di Maio ha troppi poteri e noi questo non lo permetteremo”. Non più di quanti ne avesse nel governo precedente, a dire il vero, e nonostante la carica di Ministro degli Esteri sia di tutto rispetto c’è stato, di fatto, un de-potenziamento non essendo più vicepremier. Sulla candidatura di Toninelli come capo gruppo del Movimento Giarrusso ha toccato un punto critico, riferisce l’Adnkronos, un dato pesantissimo da cui, con ogni probabilità, ha preso piede la protesta:”Danilo deve raccontarci per filo e per segno come mai abbiamo mandato a quel paese 6 milioni di elettori. Finché non chiarisce su quanto successo nell’ultimo anno e mezzo, non abbiamo bisogno di ulteriori ambiguità”.

Ne ha per tutti il senatore siculo che ha condiviso un articolo  critico anche nei confronti del Ministro Vincenzo Spadafora, anche lui del Movimento, il quale ha fatto un accenno pungente al Alessandro Di Battista affermando che egli “è stato un punto di riferimento del M5S” , e relegandolo, di fatto, a un passato ormai da depennare. Per la base del movimento è poco meno di un’eresia. A poche ore dalla notizia, Di Maio risponde alle accuse di “golpe” da New York, dove si è recato insieme al premier Conte, per l’Assemblea generale delle Nazioni Unite. “Non c’è nessuna scissione – riferisce l’Ansa – Alcune persone che potrei definire amiche mi hanno chiamato per spiegare il malinteso creato dalla stampa” . E potrebbe essere proprio quel condizionale a offrire la chiave di lettura del prossimo futuro, quando glii “amici” non saranno più tali. Anche il senatore Emanuele Dessì tende a ridimensionare tutto attraverso un capro espiatorio sempre attuale: “Viste le ricostruzioni della stampa, ci tengo a precisare che le 70 firme raccolte servono semplicemente a convocare un’assemblea del Gruppo del Movimento 5 stelle al Senato al fine di discutere eventuali modifiche al regolamento del gruppo stesso” E sottolinea: “Luigi Di Maio non è in discussione”. In aiuto al leader anche Gianluigi Paragone “Questo non è il governo che ha voluto Di Maio” ha sottolineato.

Voci discordanti, e nonostante si cerchi di smorzare i toni, il malcontento è fin troppo palese. Un clima che potrebbe indurre il segretario federale della Lega, Matteo Salvini, a compiere “azioni di disturbo” su possibili transfughi, commenta Repubblica, che parla apertamente di “fronda”.  Si teme Salvini, ma intanto è la senatrice Gelsomina Silvia Vono, scrive il Post,  a lasciare su due piedi il Movimento per unirsi al gruppo Italia Viva di Matteo Renzi.

E non è la sola cattiva notizia di queste ore: i senatori Alberto Airola, Ettore Licheri, Nicola Morra, il Ministro Barbara Lezzi sono solo alcuni dei nomi che non nascondono una posizione critica nei confronti dell’attuale Capo gruppo. Il dato certo è che nel Movimento manca la compattezza come mai avvenuto prima. E non è di buon auspicio. Certo è stato espresso un parere sulla piattaforma Rousseau, e alle ore 18 di martedì 3 settembre, quasi l’80% dei votanti si è espresso per il sì al governo M5S – PD. Ma quanto è davvero proporzionale questo 80% rispetto al numero d’ iscritti al Movimento? La piattaforma è uno strumento di consultazione, come in fondo lo sono anche le primarie. Tuttavia non può essere l’unico mezzo per indirizzare le scelte in frangenti delicatissimi come un’alleanza di governo, perché non fornisce reali garanzie di trasparenza.  E sembra una nemesi, alla fine, che fa venire in mente le parole dell’ormai l’ex deputato del M5S  Alessandro Di Battista:  “Il malaffare ha rovinato questo paese ma è l’ipocrisia e l’assenza di trasparenza che continueranno a uccidere la speranza”. Parole che ricordano i giorni in cui il Movimento Cinque Stelle attaccava a testa bassa il Partito Democratico un giorno sì e l’altro no. E cresceva ogni giorno. I tempi sono cambiati. E probabilmente il primo a pagare sarà proprio Luigi Di Maio, malintesi o no.

Fonte: Ansa, Adkronos, Repubblica, Post

 

 

 

 

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