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Da dieci giorni nel pozzo e la trivella si blocca: per Julen si avvicina l’epilogo

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Noi, che ricordiamo Alfredino Rampi, sappiamo come andrà a finire. Avevamo capito quello che c’era da capire quando il tempo sembrava scorrere invano e farsi beffe di chi sperava di vincere su di esso, almeno questa volta. Certo, si vorrebbe poter fermare il tempo, a volte. Invece, scorre così veloce e noi non abbiamo nessun potere contro dl lui. Così come non abbiamo potere contro la natura. Contro i terremoti, le valanghe, i maremoti. Contro la profondità dei terreni. Non pensiamo a cosa c’è sotto ai nostri piedi, non pensiamo mai che lo stesso suolo sul quale noi camminiamo può inghiottirci in un minuto. Lasciarci soffocare, e addirittura mettersi di traverso, impedendoci di risalire.

Julen Rossello, il bimbo è ancora nel pozzo
A sinistra Alfredino Rampi; a destra Julen Rossello

Julen, il bimbo nel pozzo, è lì sotto terra ormai da dieci giorni. Da quando, mentre giocava in una proprietà di famiglia, è caduto giù in un pozzo, a Totalan, vicino Malaga, in Spagna.

Da quel momento, il tempo pare essersi fermato. Pare non muoversi. Invece, ogni minuto che passa significa meno probabilità che il bimbo sia vivo. C’eravamo quasi, ieri. I soccorritori – che stanno scavando ininterrottamente da più di una settimana – avevano dato quasi per certo che lunedì avrebbero tirato fuori il piccolo di soli due anni. Invece, la trivella in azione ininterrotta ha scavato fin ora circa 52 metri, ma Julen è ancora bloccato dentro quel pozzo profondo 110 metri.

“Ci servono almeno altre 24 ore per tirarlo fuori”

Non c’è verso di introdursi nel pozzo, la circonferenza – 25 centimetri di diametro – è troppo stretta. E anche le macchine sembrano aver alzato le mani: hanno smosso oltre 35.000 metri cubi di terra in circa 36 ore, ma hanno incontrato nuovi strati di terreno difficili da trivellare: per questo è sfumato l’obiettivo di raggiungere i 60 metri di profondità, programmato per la mattinata di ieri.

Secondo quanto riporta il quotidiano spagnolo El Pais, una volta raggiunta questa profondità, saranno necessarie altre 9 ore per mettere in sicurezza il terreno.  Poi, si comincerà a scavare a mano, o con picconi, per cercare di raggiungere il piccolo Julen senza fargli del male, nelle speranza sia ancora in vita. Quindi, oggi dovrebbe essere l’ultimo giorno. Non è stato ancora stabilito alcun contatto con il bambino e l’unica certezza della sua presenza sarebbe stata data da alcuni capelli, che il test del dna ha dimostrato essere del piccolo Julen.

La pioggia di questi giorni ha reso le operazioni ancor più difficili, e il terreno non è sabbia, non si alza con un soffio di vento. Ci vuole molto di più e gli sforzi delle trecento persone impegnate nei lavori, squadre competenti, protezione civile, sembrano vani. Ci sarebbe da immaginarseli, i soccorritori all’esterno, a tentare, provare, poi cambiare piano, poi forse alzare le mani e dichiarare sconfitta. Non vorrei essere nei panni di chi tenta di tutto per salvare quello che, si sa, è solo un corpo. Le speranze sono vane, ma Julen è il figlio di tutti noi.

Ci siamo tutti affezionati a questo bimbo che non abbiamo mai visto, mai sentito. Nessuno vorrebbe essere lui, e a essere sincera, non vorrei mai essere quel genitore che aspetta lì invano. E hanno ragione, se non ce la fanno, se sono disperati ad ogni rimando: ogni parola vuol dire altro tempo e altro tempo vuol dire meno speranza. Sì, mi arrabbierei anche io. Ma noi, noi che siamo meno coinvolti, non possiamo accanirci con i soccorsi. Noi possiamo essere lucidi per riconoscere gli sforzi di chi, in questo momento, sta lavorando incessantemente con l’unico scopo di tirare fuori un corpo. Julen non potrà neanche ringraziarli. Non potrà neanche guardarli. E invece, loro lo vedranno. La vicenda ci lascia col fiato sospeso, tutti così, ad aspettare che si smetta di scavare.

Chiara Feleppa

Julen, il bimbo nel pozzo: oggi avrebbero dovuto tirarlo fuori. Ma è ancora lì