Un governo che resiste, una base che brontola, un Paese che cambia umore più in fretta dei palinsesti. La scena è questa: i riflettori puntati su chi guida, e la domanda sussurrata ai banconi dei bar e nei corridoi dei ministeri: reggerà la rotta?
C’è un fatto che spiazza: mentre l’esecutivo macina mesi, i sondaggi relativi al Governo non regalano più notti serene. Non è un crollo, è un’aria diversa. La fiducia scricchiola, il consenso balla, e il rumore di fondo torna a dettare i tempi.

Dopo il voto sulla giustizia, quello che molti, a destra, hanno vissuto come uno schiaffo, Giorgia Meloni si è trovata davanti a un bivio. Passo indietro o ripartenza. Ha scelto la seconda, più faticosa.
Nella memoria recente pesano le illusioni sgonfiate. La “terza via” tra Washington e Bruxelles è rimasta un titolo: la politica estera si è riallineata sull’asse euro-atlantico, con sostegno all’Ucraina e pragmatismo a Bruxelles. Sul fronte dell’egemonia culturale, il vento non ha spinto. Il cantiere affidato a nuovi nomi e nuovi toni ha prodotto scosse, ma anche sbandate. Il caso Venezi e gli inciampi legati alla Biennale hanno mostrato fragili fondamenta più che trionfi. E quando la narrazione si spezza, il pubblico cambia canale.
Nel frattempo, il quadro politico non fa sconti. Nel centrodestra, il marchio Meloni resta dominante, ma spuntano spine: l’effetto “lista personale” della Lega col generale Vannacci, l’orgoglio ordinato di Forza Italia – con la famiglia Berlusconi a presidio del simbolo – e un’opposizione che, tra alti e bassi, ritrova parola sui temi sociali. Le Europee 2024 hanno certificato un equilibrio: FdI primo partito, sì, ma meno distacco del previsto. Da lì in poi, i numeri oscillano. È normale. È pericoloso.
La virata: dai simboli ai conti
Ecco il punto che oggi conta davvero: cambiare rotta significa parlare di tasse, buste paga, mutui. È qui che l’esecutivo sta provando a spostare il baricentro. Tagli al cuneo fiscale confermati per i redditi medio-bassi. Ritocchi su premi e tredicesime valutati di volta in volta, senza promesse euforiche.
Spinta ai cantieri del PNRR, con l’idea di far vedere, più che annunciare. E poi la priorità che sento ripetere nelle botteghe e nei mercati di provincia: il costo della vita. Prezzi della spesa, affitti, bollette. Se scendono quelli, il malumore smette di dilatare ogni notizia negativa.
Non tutto, però, è misurabile con un decreto. C’è un lavoro silenzioso di ricucitura con la base: meno crociate identitarie, più manutenzione dell’ordinario. Non entusiasma, ma rassicura. E la rassicurazione, in tempi così, vale voti più delle parole a effetto.
Restano nodi veri. La produttività ferma, i salari bassi, la sanità in affanno. La promessa di riforme “madri” rischia di restare un titolo se non atterra in scelte semplici e misurabili dal cittadino. Sul fronte politico, il pericolo non è la tempesta, è la lenta erosione: un punto al mese, due indecisi su tre che non tornano, l’eco di uno scandalo locale che diventa nazionale in un weekend. È così che si perdono le elezioni, più che in un duello televisivo.
I sondaggi fanno paura quando si sommano alle abitudini. E le abitudini, in Italia, cambiano con gesti piccoli: un carrello meno caro, uno sportello che funziona, un treno in orario. Là si gioca la partita. Non sui manifesti.