Mattia Santori si candida con il PD “L’Italia? Un paese di Sinistra dove sguazza la Destra”

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Fonti ed evidenze: Fatto Quotidiano, Affari Italiani

Era questione di tempo e quel tempo è arrivato. Dopo i tempi belli delle Sardine fiancheggiatori, apparentemente per caso, del dem Stefano Bonaccini per le regionali in Emilia, dopo la vittoria e la lunga incertezza sulla direzione da prendere Mattia Santori e gli altri hanno deciso di “sporcarsi” le mani con la politica.

Non è che si avessero molti dubbi: un’ascesa bruciante, quella delle Sardine, e una parabola discendente, se possibile ancora più rapida. Dopo aver svegliato e quasi spintonato l’elettorato di Sinistra per impedire una disfatta epocale nella terra rossa per eccellenza, dopo aver disarcionato un Salvini che sognava la grande rivincita sui giorni disastrosi del Papeete le alternative, per loro, erano due. La prima possibilità era tornare nell’anonimato della “società civile” – ossia all’ombra della mestizia – dopo mesi di inebriante protagonismo fatto di discorsi vaghi, cuciti e tenuti in piedi da un sentimento di fiera opposizione a quel parvenu con la pancia autoindulgente in bella vista.

La seconda possibilità era gettare via le insegne dell’antipolitica, l’essere “anticorpi” esterni al sistema e sporcarsi le mani con i partiti, anzi con il partito, l’unico a cui Santori e compagni abbiano concesso credito. Gli altri no, non esistono e non sono mai esistiti per Mattia: l’unica legittimazione alla vita politica – e alla vita tout court – la si ottiene se si appartiene a quel mondo lì. E’ il tic, il riflesso pavloviano della Sinistra più ovvia “L’Italia non è un paese di Destra, è un paese frammentato a Sinistra in cui sguazza la Destra” così parlò il buon Mattia, con quel tono oracolare che ama tanto, e ci restituisce in sintesi quanto sopra: esiste solo la Sinistra, nient’altro, il resto è il nulla o dintorni: una creatura che “sguazza”. Lunga vita all’unica realtà politica che conta, allora. Le Sardine nuotano da sempre in questo mare e non se ne allontanano, certo non ora che il loro spazio si è fatto stagno e loro girini.

Il buon Mattia sceglie la via della politica giocando in casa: si candiderà con il Partito Democratico per le elezioni comunali di Bologna – e altre gloriose sardine prenderanno strade simili – sostenendo l’attuale assessore alla Cultura, Matteo Lepore, con la modesta aspirazione di un posto da consigliere comunale. Un passo che compie da “indipendente“, tiene a precisare.  Cosa significa questo distinguo lo sa solo lui, Mattia, forse perché nei tempi belli della massima esposizione mediatica non esitò a definire il Partito Democratico “tossico“. Sono toni a cui non ha rinunciato e riserva, al momento, agli ex renziani tornati dem   “Siete i cavalli di Troia di Renzi che hanno inquinato il PD” dice. Identificato il nuovo nemico Santori ha l’alibi per la discesa in campo: impedire che il partito sia rovinato definitivamente da quella Chimera che risponde al nome di Matteo Renzi e dai suoi sodali ben nascosti, a suo dire, tra i dem.

L’esperienza delle Sardine doveva esaurirsi all’indomani delle elezioni del 26 gennaio 2020, trasformandosi in una realtà politica autonoma – dice Santori che, dopo il trionfo regionale, aveva idee assai meno chiare su cosa fare da grande  – “Ora si apre una fase nuova. I nostri avversari sovranisti sono deboli da quando è fallita la “presa” dell’Emilia-Romagna. Se smettiamo di ascoltare le nostre paure o di rivendicare le nostre differenze saremo più forti, più uniti. Saremo maggioranza. ”

E così, tra una danza retorica e l’altra, Mattia tiene alta la guardia con un post su FB dove ha giocato d’anticipo sulle critiche che gli sarebbero piovute addosso. Ed è piovuto a catinelle, in effetti, senza che lo stagno sia tornato ad essere mare. “C’è un tempo per arginare e un tempo per costruire. Un tempo per trincerarsi e uno per andare all’attacco” scrive Mattia scimmiottando il linguaggio biblico e, subito dopo, quello del democristiano di lungo corso “Vi diranno che siamo schiavi del PD, che gettiamo la maschera, che ci vendiamo per un posto in giunta“. Non manca la guerra preventiva, con gli argomenti facili del discredito verso chi osa criticare: è gentaglia con “ruoli politici ottenuti non certo per etica, passione o abnegazione alla cosa pubblica” è gente “che non si fa problemi a cambiare casacca in base ai sondaggi” gente “che usa il proprio profilo o la propria testata come gogna mediatica o fornace di fake news“.

E gonfia anche il petto da lanciatore di coriandoli, il buon Mattia, pescando a piene mani in quell’armamentario di frasi fatte e vie di fuga che è la sua dialettica: “La verità è che hanno paura – dice, e non si comprende chi possa tremare al nome Santori –  perché qualcuno alle dinamiche da Prima Repubblica preferisce rimboccarsi le maniche e offrirsi alla politica, perché un giovane attivista sceglie di certificare un’alleanza partendo dal basso piuttosto che farsi blindare un comodo posto in Parlamento“. La rinunciaper passioneal comodo posto in Parlamento  sembra il terreno perfetto per una nemesi e ricorda tanto la rinuncia alla politica del tanto odiato Matteo Renzi. Staremo a vedere.

Dinanzi al giovane dalle mille sapienze improvvisate con un sorriso alla Fernadel il PD fa buon viso e cattivo gioco, ora. A parlare, per sè e per altri, sembra esserci il solo Carlo Calenda, che sbriga la pratica con poche parole al veleno “Per carità, Enrico Letta, sono fatti vostri e non miei, ma candidare un ragazzotto senza arte né parte, che vuole darvi la sveglia e sorvegliare la vostra purezza ideologica ti sembra una buona idea? Opterei per una pedata nelle chiappe (metaforica)“.

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