“I ragazzi italiani non hanno voglia di lavorare”. Ma le offerte di lavoro sono indecenti

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Fonti ed evidenze: Ansa, TPI

Sottopagati, sfruttati, senza garanzie ne contratti, i giovani sono stanchi di dover pregare per un posto di lavoro e la retorica dei giovani che non hanno voglia di lavorare ormai non ha più senso 

giovani lavoro
Getty Images/ Sean Gallup

Ormai da troppo tempo nel nostro paese siamo soggetti ad un certo tipo di narrazione che vede i datori di lavoro alla ricerca disperata di personale giovane che però non riescono a trovare, perché a quanto si dice i giovani italiani non hanno voglia di lavorare, di “soffrire e rischiare” come dice l’onorevole Matteo Renzi, ma preferiscono percepire sussidi e aiuti statali e starsene sdraiati in panciolle. Ma è davvero questa la realtà dei fatti? A guardar bene la situazione del lavoro giovanile in Italia è molto più complessa di così. Turni di lavoro estenuanti che non sono mai chiari e definiti, soprattutto per chi lavora nella ristorazione, contratti che non riportano le vere ore di lavoro dei dipendenti i quali spesso ricevono metà del loro salario “fuori busta”, precarietà; se a questo aggiungiamo l’incertezza e la pressione che derivano dalla possibilità di essere rimpiazzati in ogni momento abbiamo la ricetta perfetta per la disoccupazione giovanile.

Secondo l’Ocse in Italia nel 2021 il tasso di disoccupazione giovanile arriva al 33,8%, un dato allarmante che ci porta in testa alla classifica europea, questa volta con un bel niente di cui andare fieri. Impossibile negare la spaccatura che c’è tra giovani e il mondo del lavoro in Italia in questo momento, divario che con la pandemia sicuramente è diventato più profondo ma che affonda le sue radici in discutibili scelte di governo avvenute molto tempo prima. C’è chi come Renzi semplifica la questione e si scaglia contro il Reddito di Cittadinanza, misura assistenziale che secondo l’ex capo del Pd è molto più invitante di un lavoro vero. Forse Matteo Renzi dovrebbe farsi un giro tra gli stabilimenti balneari o nei ristoranti durante il periodo estivo e ascoltare le testimonianze dei giovani che questi lavori li hanno accettati, ed ora si ritrovano a lavorare anche 12 ore al giorno per un salario di 2 euro l’ora, con l’angoscia di essere licenziati da un momento all’altro e senza la presenza di sindacati o l’ombra di controlli.

TPI in un’inchiesta condotta da Alessandro Sahebi ha intervistato decine di giovani per dare rilevanza alle loro esperienze e riportare il “suono” dell’altra campana, quella degli sfruttati. Le testimonianze che hanno raccolto raccontano di una Italia che è cieca di fronte agli abusi e alla quantità di lavoro nero che i giovani sono costretti ad accettare pur di trovare un posto di lavoro “manca lo Stato, che dovrebbe vigilare. Siamo stufi di essere dipinti come pigri e svogliati, ci è stato raccontato che il lavoro sarebbe stato lo strumento per vivere una vita dignitosa. E di dignitoso, nel mondo del lavoro, in questo Paese c’è rimasto veramente poco” si sfoga uno degli intervistati.

Il lavoro non è un regalo

Schiavizzati e sempre in bilico tra la disoccupazione e il licenziamento, i giovani vivono il mondo del lavoro come una prigione in cui ribellarsi è il primo passo per essere sostituiti. Soprattutto nel mondo della ristorazione e del turismo infatti non vengono riconosciute le qualifiche e le competenze nel settore, e data la richiesta occupazionale sempre in aumento è molto facile per i datori di lavoro licenziare chi non si piega a determinate condizioni, perché basta pubblicare un annuncio per ricevere decine di richieste. Questo movimento ha due risvolti negativi: 1 si diffonde sempre di più la retorica secondo la quale in tempo di crisi ogni occupazione va bene e l’idea che trovare lavoro sia già di per sé una conquista, e non importa se il lavoro in questione è degradante e a nero, bisognerebbe essere contenti anche solo di averlo trovato, e 2 si crea un movimento al ribasso, un circolo vizioso che vede i datori di lavoro offrire stage o contratti co.co.co. pagati pochissimo per poi licenziare i dipendenti quando arriva il momento di stipulare un vero contratto o quando questi chiedono dei miglioramenti della loro condizione contrattuale, perché tanto di ragazzi che hanno bisogno di lavorare ce ne sono molti. Tutto questo danneggia un’intera generazione e rende l’incertezza una variabile strutturale del nostro Paese. L’Italia non investe nelle nuove generazioni e questo è un dato di fatto, basti pensare a quanti dei soldi del NextGeneration Eu, il fondo europeo per la ripartenza, il Governo ha deciso di investire nei giovani per istruzione e lavoro, l’1,1%. Non sarà un po’ troppo visto che il fondo è stato pensato appositamente per creare nuove basi per le generazioni che verranno e che si troveranno a fare i conti con le conseguenze economiche della pandemia!?. L’Italia investe nelle pensioni il quadruplo di quanto investe nei giovani, quindi non è difficile capire perché le nuove generazioni preferiscano trasferirsi all’estero dopo gli studi alimentando il fenomeno della “fuga di cervelli” di cui ormai non si parla neanche più.

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