Inchiesta sulle famiglie, i figli vengono portati via. “Quando ero bambino mi sono inventato tutto”

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Fonti ed evidenze: Repubblica, Open

Davide Tonelli, il bambino che per primo denunciò abusi e violenze che diedero il via all’inchiesta sui Diavoli della Bassa, racconta una nuova verità: “Inventai tutto. Ora ho il coraggio di dire la verità“. 

diavoli della bassa
Andreas Rentz/Getty Images/Archivio

L’inchiesta sui Diavoli della Bassa – nell’ambito della quale alla fine degli anni ’90, nella bassa modenese 16 bambini vennero portati via ai loro genitori, accusati di pedofilia e satanismo – potrebbe essere di fronte a sconvolgenti novità. Il caso “Veleno“, infatti, potrebbe rivelarsi una storia profondamente diversa da quella che, fino ad oggi, conosciamo e che ha portato, in molti casi, a pesanti condanne nei confronti delle persone coinvolte; altri genitori, assolti, non rividero comunque mai più i propri figli.

L’elemento di novità è rappresentato, oggi, da un’intervista rilasciata a La Repubblica da Davide Tonelli: 7 anni all’epoca dei fatti, fu il primo bambino a raccontare – accusando anche i propri genitori – di abusi e violenze nei confronti di bambini che avvenivano all’interno dei cimiteri della zona. Davide proveniva da una famiglia con gravi problemi economici ed era stato affidato dai servizi sociali di Mirandola a una famiglia della zona. Come ampiamente previsto dalla prassi in casi del genere, il bambino spesso faceva ritorno dalla famiglia naturale. “Un giorno vidi che la mia mamma naturale era molto triste e quando tornai nella casa della mia famiglia affidataria ero cupo anche io“, dice oggi Davide.

La donna che divenne la mia madre adottiva si convinse che venivo maltrattato dai miei genitori naturali“. Questo, nel racconto che fa oggi Davide, sarebbe stato l’inizio di tutto: “E così iniziarono i colloqui con i servizi sociali. Mi tenevano anche 8 ore. La psicologa e gli assistenti sociali mi martellavano fino a quando non dicevo quello che volevano sentirsi dire. Io avevo anche paura che, se non li avessi accontentati, sarei stato abbandonato dalla mia nuova famiglia, e così inventai tutto: abusi e cimiteri, violenze e riti satanici“, racconta ancora.

Nei video dell’epoca, i colloqui con gli assistenti sociali evidenziano l’insistenza con cui le domande venivano ripetute al bambino: “Ti influenzavano mettendoti in bocca parole che non erano le tue“, spiega Davide. “Ricordo che una volta stavo giocando con due omini; la dottoressa mi chiede: ‘cosa stai facendo, stanno facendo sesso?’“. Poi, Davide ricorda il momento in cui “per disperazione“, decise di inventare una ventina di nomi da fornire agli assistenti sociali: “Inventai, dissi i primi nomi che mi venivano in mente, sul momento, a caso“.

Nella ricostruzione che oggi Davide fornisce a La Repubblica, nulla di quanto affermò all’epoca dei fatti sarebbe vero: tutto sarebbe esclusivamente il frutto della sua fantasia – gli abusi in famiglia, i riti satanici nei cimiteri. Una fantasia nata dall’esigenza di finire in fretta le sedute – estenuanti – con i servizi sociali. “Se io non dicevo certe cose, o se dicevo che stavo bene, che non avevo niente, non mi credeva nessuno“, aggiunge Davide, che ricorda di aver fatto i nomi del fratello e dei genitori naturali. “Che non mi hanno mai fatto del male, assolutamente“, assicura oggi, commosso.

Seduta dopo seduta, Davide si accorgeva che il suo racconto prendeva piede: “Sei coraggioso, mi ripeteva la dottoressa”. Parole che spingevano il bambino a raccontare di più, a inventare nuovi elementi. “Un giorno la psicologa aveva fatto un incontro con un gruppo di bambini. La dottoressa me li indicò, dicendo che erano i bambini che io avevo salvato“, racconta ancora Davide. “Io però non mi son sentito felice: mi sono sentito morire dentro. Io non avevo salvato proprio nessuno“.

Nelle sue parole, il dispiacere per il fratello naturale, condannato al carcere per abusi che – ripete oggi Davide – non sono mai esistiti: “Passavo molto tempo con lui, avevamo un ottimo rapporto. Guardavamo la televisione insieme, eravamo fratelli, molto legati. Una cosa che non ho mai accettato è aver detto queste cose sulla mia famiglia. Cose che non sono mai successe“.

La madre affidataria di Davide, dal canto suo, ripete che un bambino non possa essere in grado di inventare una storia di questo tipo. Il diretto interessato, però, non ha dubbi: “Se a un bambino ripeti per decine di volte domande e racconti tremendi, alla fine ti dirà che è tutto vero“.

 

 

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