Lockdown, zone rosse, arancioni, bonus e ristori: 390mila aziende hanno chiuso

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Fonti ed evidenze: Repubblica, Sole 24 Ore, Today

Il 2021 per l’economia italiana si aprirà con un tremendo vuoto nel mercato, causato dalla chiusura di 390mila aziende. E il premier Conte non esclude un nuovo Lockdown a gennaio.

Gualtieri chiusura aziende 28_12_20 leggilo.org
Getty Images/Hayoung Jeon

Si sapeva ormai da marzo, dal momento del primo lockdown che le misure restrittive anti Covid avrebbero sferrato una spallata fortissima a tanti settori dell’economia italiana. Oggi però arriva il bilancio della chiusura del paese che è un vero bollettino di guerra: 390mila aziende ed imprese non esistono più, hanno chiuso i battenti per non riaprire mai, con tutta probabilità. Le perdite nel paese hanno ridotto i consumi del 10,8%, facendo perdere 120 miliardi di euro di introiti a tutti i settori escluso quello alimentare, l’unico ad aver assorbito meglio l’impatto della crisi economica. Al fronte della chiusura di tutte queste aziende, c’è la nascita di 85mila nuove imprese: nemmeno un terzo di quelle scomparse. I dati elencati da uno studio di Confcommercio specificano che di tutte le aziende che hanno chiuso, 240mila hanno dovuto smettere di lavorare a causa della pandemia mentre le altre avevano evidentemente situazioni di debito o atri problemi che la crisi non può che aver aggravato.

I settori più colpiti – come era stato già previsto – sono soprattutto i servizi: le imprese di viaggio hanno perso circa il 21% degli introiti, seguite a ruota da ristoranti, bar e trasporti, tutti con una perdita del 14%. Un altro settore molto importante del paese, quello dell’abbigliamento, ha registrato perdite pari al 17%. Questo solo per quanto riguarda le imprese: i dati di Confcommercio rivelano anche che almeno 200mila privati hanno subito la stessa sorte delle aziende costrette alla chiusura. Il presidente del sindacato Carlo Sangalli chiede al Governo Conte ed al Ministro dell’Economia Roberto Gualtieri di mantenere la promessa fatta ad aziende e lavoratori, di non lasciare nessuno indietro: C’è bisogno del vaccino economico, cioè indennizzi finalmente adeguati al crollo dei fatturati e l’utilizzo di tutte le risorse europee per rimettere in moto l’economia del nostro Paese”, richiede il presidente di Confcommercio. La situazione non ha ancora raggiunto il suo momento più drammatico: stando agli economisti infatti, il crollo del Pil italiano si farà sentire maggiormente nel 2021 rispetto all’anno ormai quasi giunto al termine.

Nonostante quanto sta accadendo da mesi alle industrie ed alle aziende italiane però, non si escludono nuove misure restrittive, come ha sottolineato il premier Giuseppe Conte in un’intervista rilasciata di recente al programma televisivo Porta a Porta, chiusure che potrebbero risultare anche molto drastiche “Se dovesse arrivare un’impennata, una terza ondata o una variante che faccia sbalzare l’RT, allora ci troveremmo facilmente in zona rossa o con misure più restrittive“, le parole pronunciate dal Presidente che – nonostante le conseguenze estremamente gravi del primo lockdown – non si sente di escludere l’ipotesi di chiudere nuovamente tutto il paese, qualora la divisione in zone proporzionata ai rischi di nuovi contagi non dovesse abbassare drasticamente la curva dei contagi. Un’eventualità che potrebbe avere conseguenze ancora più disastrose sull’economia: al momento, nessun economista si è espresso in merito ma non è difficile immaginare la situazione delle aziende che sono riuscite finora a non chiudere qualora l’eventualità di un nuovo lockdown si concretizzasse. Il Governo, comunque – a detta dello stesso Conte – spera di poter presto spazzare via questa preoccupante prospettiva grazie al vaccino e alle chiusure adoperate nel periodo natalizio: “In una situazione come quella attuale forse dovremmo affrontare gennaio-febbraio con una certa tranquillità”, rassicura il premier. L’Istituto Superiore della Sanità però proprio nel periodo della Vigilia ha segnalato una lieve risalita nell’indice RT: da 0,86 a 0,90, non un segnale preoccupante ma pur sempre indicativo di una curva dei casi che non vuole saperne di scendere.

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