Condannati sette pescatori che rifiutarono di prestare soccorso ai migranti

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Fonti ed evidenze: Corriere della Sera, Agi

A sette anni dalla strage di Lampedusa, in cui persero la vita 366 migranti, sette pescatori sono stati condannati a 6 e 4 anni di reclusione dal tribunale di Agrigento per non aver prestato soccorso al barcone in avaria. 

Strage di Lampedusa, condannati sette pescatori
Migranti soccorsi a Lampedusa/Alberto Pizzoli, Getty Images

Il 3 ottobre 2013 persero la vita 366 persone in un drammatico naufragio nelle acque antistanti Lampedusa. Tra loro, anche donne e bambini. Ora, a più di sette anni di distanza da una delle più immani tragedie avvenute nel Mediterraneo, il Tribunale di Agrigento ha condannato in primo grado a sei anni di carcere il comandante di un peschereccio che quella notte, nonostante fosse vicino al luogo del disastro, non avrebbe prestato soccorso ai naufraghi in mare. La condanna è estesa all’intero equipaggio dell’imbarcazione – sei persone in tutto – cui la pena inflitta è di 4 anni.

Secondo quanto stabilito dai giudici, l’Aristeus – questo il nome del peschereccio – sarebbe stata quella notte l’unica barca che, in base alle rilevazioni del sistema satellitare di controllo del mare – si trovava nella zona del naufragio mentre questo stava avvenendo. Una circostanza confermata anche dalle testimonianze di molti dei naufraghi superstiti, che hanno confermato che una nave si avvicinò al luogo del disastro senza tuttavia prestare soccorso.

Dal canto suo, l’equipaggio di Aristeus ha sempre respinto ogni addebito nel corso degli interrogatori condotti dal procuratore capo Luigi Patronaggio e dal pm Andrea Maggioni. Il giudice, tuttavia, si è convinto della loro colpevolezza sulla base delle informazioni ottenute dall’analisi satellitare e per questo ha stabilito la pena più grave per il comandante Matteo Giancitano e una condanna di due anni più breve per i gli altri componenti dell’equipaggio: il vice Vittorio Cusumani, Alfonso Di Natale e quattro altri marittimi di origine africana.

Nel corso del naufragio, hanno raccontato ancora i superstiti, qualcuno a bordo del barcone in avaria diede fuoco ad una coperta intrisa di carburante con lo scopo di attirare l’attenzione di eventuali imbarcazioni che si trovassero nei paraggi. Questo comportamento innescò un principio d’incendio che portò centinaia di persone, spaventati, a spostarsi velocemente sul fronte opposto del ponte, rovesciando il barcone.

In mare si registrano spesso gesti di grande eroismo e di grande generosità“, ha commentato Patronaggio. “Talvolta purtroppo si verificano invece condotte omissive con conseguenze tragiche che vanno punite severamente come previsto dal codice della navigazione e dal comune sentire della gente di mare che segue una legge atavica che non prevede di girarsi dall’altra parte“, ha concluso il procuratore di Agrigento.

Una tragedia, quella di Lampedua, che nel ricordo di Unhcr e Oim, celebrato due mesi fa in occasione del settimo anniversario della strage, “provocò dolore e indignazione, e mobilitò una risposta di ricerca e soccorso in mare senza precedenti che nel corso degli anni si è però nettamente indebolita“. Eppure, proseguono nel loro messaggio le due organizzazioni, “Dal 3 ottobre 2013 hanno perso la vita nel Mediterraneo oltre 20 mila persone“. Un numero inaccettabile di vite disperse “per una carenza di mezzi di soccorso“.

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