Il premier Conte ad un passo dal decidere il Lockdown nazionale

Abbiamo cinque giorni per capire se le misure dell’ultimo Dpcm sono efficaci. Se dal 15 novembre la tendenza non si invertirà, il lockdown potrebbe essere inevitabile. Intanto Procure e NAS si mettono al lavoro sui “dati inattendibili” delle Regioni

Fonte: Presidenza del Consiglio dei Ministri. Premier Giuseppe Conte

Il 15 novembre è il giorno fissato dal Governo e in cui si potrebbero decidere le sorti dell’Italia nella lotta alla pandemia da coronavirus. Solo la prossima domenica sarà infatti possibile capire se la divisione del Paese in tre fasce, gialla, arancione e rossa, è efficace. L’Esecutivo spera anche di stabilire, per quella data, se e quanto l’ultimo Dpcm – che impone misure più restrittive quali il coprifuoco e la chiusura di alcune attività commerciali – sta portando la curva epidemiologica ad appiattirsi. Se entro quella data non ci sarà una inversione di tendenza, è probabile che l’intero Paese diventi “zona rossa”, e che nuove misure restrittive debbano essere approvate, con il varo di un nuovo Dpcm. Non si esclude che il Governo inizi nei prossimi giorni una discussione con il CTS e le Regioni in questo senso.

L’analisi degli esperti ha anticipato, finora, adeguatamente la realtà. Già il 3 novembre era stato sottolineato che “i nuovi positivi continueranno a crescere fino al 6-8 novembre fino a valori compresi tra 37.000 e 44.100, con un valore mediano di circa 41.000, prima di iniziare una lenta discesa”. Questa lenta discesa dovrebbe avviarsi proprio il 15 novembre. Sulla percentuale tra tamponi e positivi si è arrivati a un 17,2%, in rialzo rispetto al 16,1% di ieri, ma, dicono, “in linea con quanto previsto dalle nostre curve da cui si attende un inizio di crescita più debole (ma sempre crescita)”. E dal 15 novembre ci “potrebbe essere la vera decrescita laddove si verificassero gli effetti benefici degli ultimi Dpcm”. Se questo non dovesse succedere, la situazione potrebbe rivelarsi drammatica. Da lì la raccomandazione di “implementare nuove misure che possano sovrapporsi ai primi effetti positivi del recenti provvedimenti”.

Se fossero i medici a decidere, l’Italia si troverebbe già in lockdown generalizzato. Anche i ministri della cosiddetta ‘ala rigorista’ come Roberto Speranza e Dario Franceschini spingono per ulteriori strette. Ma il presidente del Consiglio Giuseppe Conte frena. Il premier non vuole delegittimare il “meccanismo scientifico” che ha diviso l’Italia in zone rosse, arancioni e gialle. “Dobbiamo aspettare gli effetti delle misure. Ci siamo dati un metodo scientifico e non possiamo metterlo in discussione sull’onda dell’emotività”. Il problema è che non si tratta tanto di emotività quanto di dati, e sono questi, come sempre, che danno il ritmo e il livello di restrizione delle misure da approvare.

Dal report diario sull’andamento della curva epidemiologica e della epidemia, e su cui il Governo si basa per prendere le decisioni, emerge un dato preoccupante, che toglie il sonno all’Esecutivo: la situazione degli ospedali e delle terapie intensive. Invece il report settimanale dell’Istituto superiore della Sanità, che ha evidenziato i dati in peggioramento del contagio da coronavirus in alcune regioni, tra cui Campania, Liguria, Abruzzo e Umbria (e anche della Toscana), è arrivato in ritardo di tre giorni, indicando come la situazione sia particolarmente complessa. Secondo il documento relativo all’ultima settimana, avallato anche dall’intelligence che monitora le situazioni di rischio, anche se i contagi rallentassero da qui al 15 novembre, il rischio è che l’inversione di tendenza arrivi dopo la saturazione degli ospedali. Portando a una carenza di posti letto e alla necessità di creare nuovi ospedali Covid in tempi record. Anche per questo metà di novembre, considerata l’ultima scadenza per l’inizio della decrescita, è così importante.

 

Dalle Regioni dati inaffidabili: al lavoro Procure e NAS

Il problema della raccolta dei dati da parte delle Regioni è un’altra questione delicata che spesso vede Esecutivo e Governatori su posizioni diverse. Sono le Regioni infatti le responsabili per il reperimento e la comunicazione dei dati su cui il Governo si basa per la determinazione della zona da assegnare. Ma queste informazioni, almeno per alcune parti d’Italia, sembrano essere poco affidabili. La Campania è un caso emblematico, perché mentre tanti si aspettavano che finisse in zona arancione, è stata classificata come zona gialla. Forse grazie al lockdown imposto alle scuole da Vincenzo De Luca settimane prima, oppure perché i dati non erano completi, o addirittura “non attendibili”, secondo quanto indicato dal report dell’Iss in una nota. Il Dg del ministero della Salute, Gianni Rezza, ha spiegato così la difficoltà di reperire i dati in Campania: “le proiezioni di fabbisogno di posti letto a 30 giorni non sono attendibili in quanto il dato sui casi ospedalizzati nella settimana di monitoraggio riportato al sistema di sorveglianza integrato è in via di consolidamento e parziale”. Senza attendere i chiarimenti che potrebbero arrivare con il prossimo rapporto, le procure di Napoli e Genova si sono mosse e in alcune città avrebbero aperto dei fascicoli per capire in che modo le Regioni hanno inviato i loro dati al Comitato tecnico scientifico. Anche il Nucleo antisofisticazioni e sanità (NAS) dei Carabinieri è stato mandato dal ministero della Salute in Campania per ricontrollare i dati e i bollettini trasmessi dalla Regione. Una procedura che il ministero ha adottato in tutti i casi di evidenti criticità.

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