Dopo la sconfitta del Movimento alle Regionali, si è aperta una crisi che può portare a una spaccatura da cui non si tornerebbe più indietro. Per alcuni è “guerra tra bande”, mentre altri minimizzano.

Cominciamo dalla fine. Ovvero dall’inizio. Sulla crisi che imperversa nel Movimento 5 Stelle dopo che questi è stato praticamente demolito nelle ultime elezioni Regionali, Elio Lannutti , citato dal Corriere della Sera, rievoca quella che si potrebbe chiamare la profezia dei Cinque Stelle: “Grillo e Casaleggio dissero che una volta raggiunto il programma, il Movimento si poteva anche dissolvere. Ecco, ormai ci siamo quasi”. E’ una spiegazione più che accettabile per un movimento che non ha mai voluto diventare partito, anche se oggi più che mai non manca chi difenda disperatamente questa scelta, come la deputata Dalila Nesci, che sostiene senza mezzi termini: “Dobbiamo diventare partito”. Ma la voce di Nesci è solo una tra le tante che si alzano nella baraonda dei grillini, dove la parola “scissione” scorre di bocca in bocca come l’acqua di un fiume in piena. Anzi, come l’acqua di tanti fiumiciattoli che corrono paralleli incrociandosi talvolta, ma che potrebbero sfociare in mari piuttosto staccati. Sempre che i rivoli riescano ad arrivare da qualche parte, e non vengano inghiottiti dai boschi eterni del potere. O della sua mancanza. Perché alla fine di questo sembra trattarsi lo spettacolo che assistiamo negli ultimi giorni nei corridoi del Movimento, diviso in tante correnti quanti sono i suoi leader, e dove i leader nascono e muoiono in uno scrocchio di dita. Dove, in sintesi, non comanda più nessuno.

E qui starebbe proprio il paradosso del Movimento, che Il Giornale riassume bene: il soggetto politico che pretendeva di non avere leader grazie alla disintermediazione della rete e della piattaforma Rousseau, quando si trova finalmente senza leader rischia di scomparire. Non tutti ci stanno però all’idea di vedere sciolto il Movimento. C’è chi infatti cerca di minimizzare la eclatante sconfitta alle ultime elezioni. Sono, nelle parole del Corriere della Sera, i “democristiani, i resilienti”. Per i quali “Non è il momento di una scissione, dobbiamo riorganizzarci”, come Sergio Vaccaro. Oppure Agostino Santillo e Giuseppe Brescia che scelgono la spiegazione bio-fisiologica per la sconfitta elettorale, e per tutto il caos che ne è derivato all’interno del Movimento. “Son solo mal di pancia isolati”, dice il primo, mentre per il secondo non è altro che un “vivace e fisiologico dibattito”. Mal di pancia e dibattiti fisiologico che potrebbero finire per espellere dalle viscere del Movimento una o più elementi importanti. Anche se questa volta, più di un espurgo in blocco, sembrerebbe trattarsi di una guerra di bande, che potrebbe generare piccoli esodi dal Movimento, e in cui le fazioni non si contendono sempre necessariamente “la leadership” e le sue forme, ma la necessità stessa di avere una leadership.

La fazione del ministro degli Esteri Luigi Di Maio sembra essere una di quelle che al potere si è abituata e non ne vorrebbe fare a meno. Alessandro Di Battista lo ha intuito, e cerca di mettere in atto una la strategia per ritornare in scena da protagonista, afferma La Stampa. Negli ultimi giorni Di Battista, che si è fatto sentire più volte, avrebbe capito il “giochetto” dietro alle mosse di Di Maio. Il ministro degli Esteri, accusato di tramare per conservare una posizione di potere all’interno di una leadership collegiale, vorrebbe arrivare agli Stati Generali con tutto deciso: direttorio, nomi, senza nessun tipo di discussione. Cosa inammissibile per Di Battista: “io pretendo un congresso vero, non una farsa”. L’ex deputato si sente isolato e tenuto lontano dai vertici del movimento, che avrebbe assunto delle connotazioni oligarchiche. Anche perché sente che sui territori e tra gli attivisti la sua è ancora la voce più ascoltata.

E non nelle migliori delle forme il Movimento avanza a passi lenti verso un congresso che non c’è, ma che sono tanti a chiedere, e aspettano che Vito Crimi fissi una data. Congresso che potrebbe definire le sorti del Movimento, ora che sembra sull’orlo dello scioglimento. Intanto Beppe Grillo, genitore dei grillini e colmo della sensibilità e del timing che lo contraddistinguono, ha sparato i suoi ultimi colpi contro la democrazia rappresentativa. Ieri, collegato al Parlamento europeo – lupus in fabula – ha affermato di aver contribuito alla democrazia diretta, ragione per la quale non crede più, in nessun modo, a qualunque forma di rappresentanza parlamentare, ma soltanto nella democrazia diretta realizzata dai cittadini attraverso i referendum. E siccome, per Grillo, alle elezioni ormai “ci va meno del 50 per cento”, la nostra è una democrazia zoppicante. Non gli si può dare torto assolutamente, anche perché basta guardarsi intorno per capire che la crisi della democrazia rappresentativa ha generato mostri in tutto il mondo. Per questa crisi, Grillo ha tirato fuori una soluzione innovativa. “Si cominciano a prospettare scenari come l’estrazione a sorte, perché no?”, si è chiesto. Magari se si aggiungesse anche un montepremi, la partecipazione cittadina potrebbe raggiungere numeri mai visti prima d’ora.

Fonte: Il Giornale, La Stampa, Corriere della Sera

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