In un mondo dove la normalità non fa più tendenza, la modella di Gucci Armine Harutyunyan è il nuovo simbolo della diversità. 

Chi stabilisce cosa è bello e cosa è brutto? Quali sono i canoni a cui la moda deve rispondere? E’ veramente giusto dare giudizi puramente estetici? Sono queste solo alcune delle questioni che si sono originate dal caso di Armine Harutyunyan, la modella dalla “bellezza non convenzionale” scelta da Gucci e diventata in breve tempo nuovo simbolo della lotta al body shaming. La ragazza – scelta lo scorso settembre per la Milano Fashion Week dal noto marchio di moda – è salita alle cronache per via di un’ipotetica lista stilata da Gucci, ma di cui oggi non si trova conferma, contenente i nomi delle 100 modelle più belle al mondo. Tra queste ci sarebbe proprio Armine, il cui volto è sicuramente poco affine ai canoni tradizionali a cui le passerelle hanno abituato nel tempo. Naso aquilino, occhi piccoli, orecchie grandi: chi crede che le modelle debbano essere soprattutto belle devono a quanto pare cambiare opinione. Ma attenzione, però, a dire o a pensare che Armine non sia bella, perché il rischio è quello di passare come un diffusore di odio e di disprezzo. Peggio, se ad affermare che questa ragazza – che merita come tutti ogni tipo di rispetto, ma che in un mondo meno patinato avrebbe ricevuto ben altre tipologie di comportamenti – non sia uno splendore sia proprio una donna.

Ma andiamo con ordine. Armine, dopo la notizia dell’ipotetica lista, è diventata un caso di attualità originando un dibattito pubblico simile a quello accaduto a febbraio con Achille Lauro. Anche in quel caso a manovrare i fili c’era Gucci, ed anche in quel caso chi ha avuto da ridire sui vari comportamenti eccentrici del cantante è stato considerato, per dirla in termini garbati, “retrò” ed antiquato. Adesso, la polemica si è divisa in due fronti: coloro che sostengono Armine da un lato; coloro che la denigrano dall’altro. Premesso che nessuno ha diritto di criticare in maniera dispregiativa e offensiva; di condannare né di offendere gli altri per una pura questione fisica; di utilizzare i social come veicolo di odio e di rancore, c’è anche da dire che in un mondo meno ipocrita, Armine sarebbe stata semplicemente la “sorellastra brutta di Cenerentola”, quel “cesso che nessun uomo avrebbe mai calcolato”, quello “sgorbio preso di mira all’ultimo banco”. Questo, in linea generale, è ciò che la gente in un contesto diverso avrebbe pensato nel vederla e nel sapere poi – questo, più di tutto, ha aizzato gli animi – che lavora come modella. Per Gucci, tra l’altro.

Il suo caso ha messo in scena nuovamente il politicamente corretto, il buonismo, la finzione. Molti di coloro che oggi si ergono sostenitori di una bellezza senza confini e senza canoni, sono gli stessi che, in un contesto diverso, ne avrebbero dette chissà quante in una comune chiacchiera al bar. Sono gli stessi che, guardando una sua foto se fosse stata una ragazza a caso, avrebbero riso con gli amici criticandone l’aspetto. E sono gli stessi che, istintivamente, alla domanda se Armine fosse bella o brutta, avrebbero risposto: “E’ proprio brutta”. Perché è vero, forse non siamo pronti. Forse abbiamo ancora il diritto di valutare qualcosa che non piace senza necessariamente doverci omologare all’opinione comune. Non vuol dire affatto, tutto questo, che Armine non possa piacere a nessuno. O che debba essere oggetto di offese. Ma essere oggetto di commenti ipocriti è peggio che essere oggetto di commenti reali. Lascio la discussione su quali siano i canoni “classici” della bellezza, se esistono, a chi di dovere. Mi limito a dire, però, che bisognerebbe chiamare le cose col proprio nome. Un volto brutto, è semplicemente un volto brutto. Ma oggi, Repubblica scrive: “Armine, modella 23enne armena dal viso assai particolare”. Per seguire, ça va sans dire, il politically correct che devia il senso delle cose. E Armine, intervistata dalla testata, ha giustamente rivendicato il suo diritto – sacrosanto – di essere com’è senza doversi vergognare.

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Ormai nemmeno si contano più gli articoli, le inchieste e i saggi dedicati alla bellezza di oggi, di come la sua accezione sia sempre più ampia, e di come la moda stia abbattendo stereotipi e luoghi comuni. Peccato che, alla resa dei conti, le cose siano molto diverse: prova ne è la feroce polemica che ha coinvolto Gucci, brand che ha costruito la propria fortuna sulla celebrazione del diverso, e Armine Harutyunyan, modella 23enne armena dal viso assai particolare. Su Repubblica l'intervista esclusiva: "Le persone sono spaventate da quello che è diverso. Non posso impedire loro di sparlare ma io posso ignorarle. Ci sono molti modi diversi di essere belli: consiglio di concentrarsi su di sé, su chi si è e su cosa si ama davvero"

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Non facciamoci ingannare, però, dal fatto che siamo di fronte ad una rivoluzione di senso. Diciamo, semplicemente, che Gucci ha fatto un po’ di marketing perché raccontare la diversità fa tendenza. Oggi la normalità non va più di moda, e neanche i canoni, gli stereotipi, le conformità alle norme. Presi dalla smania di voler riempire qualsiasi cosa di battaglie ideologiche, si finisce per omologare in senso opposto. E ben venga, certamente, che si cerchi di andare oltre i canoni e di lanciare un messaggio diverso. Ben venga, anche, che un noto marchio scelga di mettere in passerella il brutto per dare un messaggio a tutte quelle ragazze che si sentono da meno. Ben venga, se serve, rompere lo schema. Ma non venga, però, che i simboli portano dietro ipocrisie e falsità in un mondo patinato dove le persone hanno paura di dire ciò che si pensa. La questione, di per sé, si confronta con la diversità: etnie diverse, canoni diversi, taglie diverse, imperfezioni che vanno in scena e si caricano di ideologie.

Ma c’è sempre bisogno che sia così? C’è bisogno, davvero, di mettere alla gogna quanti non concordano che il brutto faccia tendenza? Quanti guardano a modelle classiche, bellezze classiche, taglie classiche senza necessità di volersene liberare? Perché, esattamente, dobbiamo stringerci nelle maglie del diverso? Le modelle, fanno notare sui social, non lavorano né con il bello né con il brutto. Servono, al contrario, a colpire l’immaginario. Ben vengano le Armine, se servono a cambiare il mondo che molti vogliono cambiare. Non vengano, invece, gli accusatori e i diffusori di odio sui social. Non vengano neanche coloro che per difendere una parte fanno esattamente ciò di cui criticano. Ma siamo onesti.

Diciamo tutti, facilmente e senza doverci sentire inadeguati, che Armine non è certo Naomi Campbell. Che vedendo una sua foto non si pensa di certo a quanto sia bella. O che non si resta estasiati dal suo aspetto. Lasciate ad ognuno la libertà di scegliere ciò che piace, anche se è normale. La libertà di dire che qualcosa non piace, non soltanto perché è diverso. “Ma nessuno si illuda troppo. Non nella società degli influencer che con una sola foto spostano milioni di carte di credito”, scrive l’Huffpost in un articolo che merita di essere letto. La questione, in sostanza, non è tanto legata ad Armine. Ma legata al fatto che domani, a riflettori spenti e a polemica esaurita, lei sarà solo una delle tante e chi oggi si riempie di complimenti e di difese – in linea, almeno, generale – domani mattina sarà colui che dirà una cattiva parola su chi ha un rotolino di troppo. Oppure il naso storto. Oppure è vestita male. Può definirsi, questa, ipocrisia?

Chiara Feleppa

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