Carlo Buttaroni: “La ripartenza a maggio causerà 5 milioni di poveri in più”

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Il sociologo Carlo Buttaroni, presidente di Tecnè – Istituto di ricerca, sondaggi e analisi strategiche – ha fatto luce sulle conseguenze economiche del lockdown e, di conseguenza, su ciò che una riapertura in ritardo delle attività produttive potrebbe comportare. 

Carlo Buttaroni Coronavirus - Leggilo

Sulle conseguenze economiche causate dal Coronavirus si discute a lungo e ormai da giorni. Da una parte, i medici, gli infettivologi e gli esperti del settore che spingono affinché il lockdown prosegua ancora per qualche tempo, in quanto i numeri di contagi e decessi sarebbero ancora troppo alti per pensare ad una riapertura. Dall’altra, ci sono gli economisti, i lavoratori, le imprese, che premono per una riapertura che limiti i danni sull’economia. Secondo alcuni, l’intensità della crisi legata al Covid-19 è tale che non è nemmeno possibile fare una stima delle possibili conseguenze. L’Istat, nella sua nota mensile sull’andamento dell’economia relativa al mese di marzo – riporta Repubblica – aveva già affermato che le misure di contenimento stavano causando uno shock generalizzato senza precedenti storici.

In linea di massima, era stato ipotizzato un calo di quasi 10 punti dei consumi nel caso il lockdown fosse proseguito per altri due mesi. “L’estensione delle misure restrittive anche ai mesi di maggio e giugno porterebbe ad una riduzione dei consumi del 9,9%, con una contrazione complessiva del valore aggiunto pari al 4,5%“, allarmava l’Istat. La limitazione delle attività produttive fino alla fine di aprile determinerebbe invece, su base annua, “una riduzione dei consumi finali pari al 4,1%”, spiega l’Istituto. Nello specifico, sono state sospese le attività di 2,2 milioni di imprese, con un’occupazione di 7,4 milioni di addetti.

Ci troviamo in una situazione che non e’ mai stata registrata in precedenza”, dice Carlo Buttaroni, presidente di Tecnè – Istituto di ricerca, sondaggi e analisi strategiche – in un’intervista all’agenzia Dire. Una crisi non paragonabile né a quella del 2008 né a quella del 1929: ci troviamo infatti di fronte ad un evento esterno al sistema economico, che è violentissimo, ma anche di durata limitata. “Per tutte le economie la vera sfida è non compromettere il sistema produttivo in modo da incrociare il rimbalzo quando sarà finita l’emergenza”, dice il sociologo.

L’Istituto ha elaborato una serie di scenari possibili che potrebbero verificarsi nel ritorno alla semi-normalità, cioè quando l’80 per cento delle nostre attività potranno ripartire. Se la fase 2 iniziasse il 15 maggio, l’Italia perderebbe il 5,5% del Pil, 97 miliardi in termine di volume. Se invece dovessimo tornare alla normalità il 15 di giugno, il Pil calerebbe del 10,4 per cento, pari a -186 miliardi. Infine, con la ripartenza in estate inoltrata, la perdita sarebbe di 260 miliardi. Quanto alla perdita di posti di lavoro, le stime parlano di una riduzione da 1,4 a 6,4 milioni. Ci potrebbero essere, di conseguenza, 5 milioni di poveri in più.

“Dobbiamo essere veloci e potenti nelle risposte. Abbiamo una probabilità del 39% che nasca una crisi sociale acuta”, spiega l’esperto. Infatti, con una ricaduta pesante sul lavoro si rischia che le persone non abbiano i soldi per fare la spesa. “Questo farebbe scattare la protesta e un ulteriore allontanamento dalle istituzioni. Il rischio di conflittualità sociale è molto alto”, conclude.

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