Pedofilia e integralismo islamico: per Silvia Romano un altro Natale lontano da casa

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13 lunghi mesi tra silenzi e informazioni sparse. Del destino della  cooperante italiana sappiamo poco o nulla.

Il dolore della famiglia Romano: è il secondo Natale senza Silvia - Leggilo.org 

Secondo Natale senza Silvia per la famiglia Romano. Una vicenda circondata ancora da tantissime ombre e pochissime e flebili luci. Ciò che colpisce è il silenzio che aleggia intorno al destino della giovane cooperante. Come racconta Agi, gli inquirenti italiani, aiutati, poco, dalle autorità locali, nel corso di questi ultimi 13 mesi hanno rilasciato poche e frammentarie informazioni. La giovane è stata rapita lo scorso 20 novembre del 2018 dal villaggio di Chakama, non lontano da Malindi in Kenya. Ad ordire il rapimento un gruppo di criminali comuni che hanno preso possesso di un territorio devastato dalle carestie e della guerra. Tre, degli otto rapitori che parteciparono al sequestro, sono stati arrestati, ma sin dall’inizio è apparso subito chiaro che la vicenda fosse addirittura più intricata del previsto. Il gruppo rivelò di aver ceduto la cooperante ad un gruppo terroristico somalo, Al-Shabaab. Questo è quanto, ed è pochissimo.  Si sa anche che Silvia avrebbe voluto far luce su un caso di pedofilia che coinvolgeva un pastore anglicano. Lo scorso 30 settembre fonti dell’intelligence italiana rivelarono di essere sulla strada giusta e lasciarono intendere che Romano fosse viva. Poi lo scorso 18 novembre, il Pm di Roma Sergio Colaiocco, analizzando gli elementi raccolti dai Carabinieri del Ros, rivelarono al Corriere della Sera che la giovane era stata individuata nella zona somala che ospita le roccaforti del gruppo terroristico, confermando dunque le confessioni dei primi criminali arrestati. Ma da allora, gli inquirenti italiani non hanno comunicato più nulla. Tra il silenzio sulle indagini alla politica nazionale che non è riuscita in un anno a costituire una Commissione d’inchiesta, la mente non può che andare ai genitori della cooperante, al loro dolore e allo strazio che stanno vivendo.

In una lettera recentemente inviata al Generale Luciano Carta, direttore dell’Aise, i servizi di intelligence italiani per l’estero, Nino Sergi, presidente onorario e fondatore di Intersos, un’organizzazione non governativa italiana, ha chiesto esplicitamente di aggiornare il Paese sulla situazione della giovane cooperante. La lettera dice: “Non sappiamo se prendere per buone le poche notizie diffuse da agenzie giornalistiche sull’area in cui Silvia potrebbe essere trattenuta. Ad esse comunque ci aggrappiamo. Se l’area fosse confermata, la preoccupazione diventa ancora piu’ grande a causa dell’effettuazione di numerosi raid. Come non sappiamo se vi siano le condizioni per fare molto di piu’ di quanto gia’ state facendo; ma ancora una volta le chiediamo di provare a farlo. I tempi lunghi significano anche crescenti rischi: il ricordo di Giovanni Lo Porto rimane ancora molto doloroso”. Non vi è stata, a tutt’oggi, una risposta. E sono silenzi che inquietano, che sembrano rappresentare scarso impegno ed interesse di un Paese per una propria cittadina finita nelle mani di criminali. Si spera nella prossima udienza, in programma nel mese di gennaio, nel processo che vede coinvolti i tre rapitori arrestati in Kenya. Si spera di poter fare luce sulla consegna della giovane e risalire magari ai conti sui quali sono stati depositati i soldi dati in cambio dal gruppo terroristico. Ma, purtroppo, Silvia Romano non è l’unica. Ci sono altri nostri connazionali che sono stati rapiti in teatri di guerra, come padre Paolo Dall’Oglio, rapito in Siria il 29 luglio 2013, o come Luca Tacchetto, scomparso in Burkina Faso il 15 dicembre 2018 insieme a Edith Blais, fino a padre Luigi Maccalli rapito il 17 settembre 2017 in Niger.

 

Fonte: Agi, Repubblica

 

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