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“Stavo entrando in porto: i Parlamentari a bordo sapevano e non mi hanno detto di non farlo”

ULTIMO AGGIORNAMENTO 18:43
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La Capitana della Sea Watch Carola Rackete ha affermato che i cinque parlamentari a bordo non hanno provato minimamente a fermarla quando ha annunciato di voler entrare in porto. 

Carola Rackete parlamentari a bordo - Leggilo

Delrio, Orfini,Faraone, Magi, Fratoianni. Sono loro i cinque parlamentari ad essere saliti a bordo della Sea Watch per monitorare lo sbarco dei migranti e l’azione della Capitana Carola Rackete. Hanno preso un aereo, sono arrivati a Lampedusa, e sono saliti su quella nave. Hanno dormito sui materassi, insieme ai migranti, e hanno monitorato il tutto con una serie di tweet. L’avevano già fatto a gennaio, salendo a bordo della Sea Watch che aveva soccorso i migranti, salvo oggi – forse consci che toccherà loro pagare le stesse conseguenze di allora – ricordare quella faccenda lamentandosi per la multa che è stata loro notificata. “Siamo stati autorizzati – dice Orfini – ci hanno teso una trappola”.

Hanno agito, dicono, perché spesso la “legge umana può superare quella giuridica”. Ed è stato esattamente questo ciò che loro hanno consentito, senza opporsi. Carola Rackete non è stata la sola a fare di testa sua – soccorrendo i migranti senza uno straccio di autorizzazione, in zona Sar libica, salvo poi pretendere aiuto. C’è anche chi, come i parlamentari che erano a bordo, ha osservato senza dire una parola, senza opporsi ad un’azione che è stata, oggettivamente, illegale. Neanche lo speronamento della motovedetta della Guardia di Finanza è stato motivo di imbarazzo per i politici che hanno tentato descrivere l’incidente come causato da terzi, ma non ascrivibile alla Rackete. E a confermarlo è la stessa 31enne tedesca che ha dichiarato a Repubblica: “I cinque hanno partecipato al briefing in cui ho informato l’equipaggio che avrei attraccato di lì a poco, non hanno provato a fermarmi”.

Ricapitolando: cinque deputati della Repubblica sono saliti su una nave, violando le indicazioni date dalle legittime autorità nazionali, e accettando tutto, restando in silenzio, mettendo a rischio chi era a bordo, permettendo atti pericolosi e violenti come uno speronamento. I cinque deputati hanno insomma contribuito a forgiare l’immagine di un’Italia allo sbando, senza regole, laddove la trasgressione di una legge viene concessa e autorizzata da chi dovrebbe garantirla. Se si viola la legge in nome di principi morali, allora l’aver violato la legge diviene un atto eroico. E per questo Carola Rackete è diventata un’eroina, coraggiosa come nessun altro, capace di fare ciò che nessuno ha fatto. E lei, non appena ha potuto, li ha trascinati giù con sé nel mare dell’illegalità, dove i parlamentari non solo si sono tuffati, ma hanno sguazzato. E la metafora non potrebbe essere più adatta. 

Ennesimo spettacolo di propaganda politica, pianificata dalle premesse alla conclusione,  fatta sulla pelle dei migranti, sostenuto dai cinque. Carola, ormai lo sappiamo, sarebbe potuta arrivare in Olanda in pochi giorni e mettere fine al tormento. Invece si è fermata davanti Lampedusa, e ha fatto pressioni sull’Italia: né sull’Olanda, Stato di cui batte bandiera; né sulla Germania, Stato della Ong madre. Era l’Italia che Carola Rackete voleva. Chissà perché. Ma lei è un’eroina che sfida le leggi. Orfini, e chi come lui si è recato a Lampedusa, ha spalleggiato un’organizzazione che ha deliberatamente commesso una serie di reati, in spregio dello Stato di cui fa parte. E quando ormai la vicenda si è chiusa, e pian piano si allontana dalle prime pagine, dalle cronache, nessuno si chiede più cosa resti di tutto questo clamore mediatico e politico che si è sviluppato intorno alla Sea Watch.

Cosa resta delle chiacchiere, degli scontri, dei nomi. Dove sono quei migranti, ora, che fine hanno fatto, quale futuro e quale qualità di vita ha assicurato loro chi li ha soccorsi pensando di risolvere un problema soltanto togliendoli dalle acque. Aiutiamo i migranti a casa loro, investiamo laddove ce n’è bisogno impiegando le stesse energie per poter ottenere risultati nel tempo più duraturi e risolutivi. Forse, però, questo farebbe meno clamore. Nessuno ne parlerebbe. E i soldi raccolti per sostenere le spese legali della Carola Rackete sarebbero potuti essere usati per costruire ospedali, per dare assistenza, per assicurare – più che la vita – un futuro a quelle persone. La Sinistra non è quella delle Ong, non è quella degli attivisti che rischiano in mare, non è quella delle sfilate arcobaleno. La Sinistra vera – quella di Berlinguer, di Gramsci, condivisibile o meno – non è questa. Oggi, l’essenza dei partiti di pseudo-sinistra si fonda sui migranti e sugli aiuti umanitari, sui diritti degli Lgtb, sul femminismo sbandierato alle manifestazioni di piazza.

Ma non è questo ciò che il mondo richiede, non solo. E si, il mondo è fatto di Destra e Sinistra e di idee che possano essere condivisibili o meno. Forse si può convivere ugualmente pur sostenendo visioni diametralmente opposte. Ciò che sfugge è che ci sono confini, limiti, muri, che né da una parte né dall’altra possono essere superati. Si chiama obbedienza, rispetto, ruolo. E a questo punto c’è chi dice che se una legge è sbagliata allora può essere stracciata. C’è chi tira in ballo Hitler e il Nazismo paragonando uno dei più grandi stermini della storia alle linee del governo gialloverde. C’è chi paragona i morti nelle camere a gas ai morti in mare. C’è chi scavalca le linee divisorie, c’è chi passa i confini: come quei migranti che si gettano in balia delle onde e che, più di tutti, sono vittime di un sistema che non li vuole salvare per davvero, solo sfruttarli per i propri fini politici e limitati nel tempo, che spariscono nel giro di una boccata d’aria. Come le Ong che, alla deriva, provano a cambiare il mondo. 

Chiara Feleppa

Fonte: Repubblica, Matteo Orfini Twitter, Nicola Fratoianni Twitter

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