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“Lavoravo in nero per i Renzi. Il figlio, sì quello lì, contava i soldi e ci pagava”

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Maurizio Belpietro, il direttore de La Verità, sembra avere il serio sospetto che il senatore Matteo Renzi sia un perfetto idiota. Non solo politicamente. L’inettitudine politica probabilmente l’avverte da qualche tempo anche sua moglie Agnese Landini. Ma dell’intelligenza dell’ex premier, il più giovane della storia repubblicana, a soli 39 anni, non è lecito dubitare. Ha fatto errori come se piovesse, è vero, ma nessuno è infallibile.

E tuttavia ora in Belpietro il sospetto che le capacità di discernimento del senatore siano oggetto di una lenta e silenziosa implosione, successiva alla vittoria delle europee nel 2014, c’è. E’ inutile nasconderlo. Le continue dirette fb – dove l’ex premier si perde in un continuo menare il can per l’aia su tutto senza riuscire a dir nulla, una sorta di Pico della Mirandola minimo, onirico, che cerca la Titina – erano un pesante indizio, ma niente di decisivo. Dopo gli è venuta la bella idea di farsi fotografare con la meravigliosa nipotina Maria e di postare lo scatto su Instagram con un commento che suonava più o meno così: “Guardate come sono bravo e buono io, che non provo fastidio delle persone con la sindrome di down, come la mia nipotina“. Il che equivaleva a dire: tutti quelli che vogliono dimostrare di essere brave persone dovrebbero avvicinarsi ad un down e tentare un selfie. L’idea del senatore è apparsa infantile e offensiva per creature meravigliose come Maria, che dimostra di essere buona e brava. Anche perchè non prova imbarazzo nel farsi fotografare con lo zio. La foto è stata il secondo indizio. Ha lasciato perplessi in molti, vero. Niente di decisivo, tuttavia.

Ma dopo c’è stata la questione della famiglia Di Maio: il padre Antonio accusato da un manovale di averlo fatto lavorare in nero nella ditta edile di cui era titolare. Una storia di diversi anni fa, che vale quello che vale, come ce ne sono centinaia di migliaia. Siamo in Italia, non in Austria. La prudenza ed il senso della misura erano opportune. E invece la bella Maria Elena Boschi, ex Ministro delle riforme costituzionali naufragate, ha la meno bella idea di pubblicare un video messaggio su Instagram ed aprire una polemica con Luigi Di Maio definito indegnamente “Ministro del lavoro nero” come fosse una Saviano qualsiasi. Certo, non è molto più acuta di lui. Nessuno chiede alla bella Elena di essere sempre intelligente. E spesso lei è sembrata impegnarsi per non far baluginare il sospetto che lo fosse, almeno un po’. Ma dell’intelligenza di Matteo, o almeno della sua astuzia, se non altro un residuo d’istinto, non era lecito dubitare. E invece no. Lui si accoda allo strascico di Elena, come il ragazzino che rischia di prenderle per difendere la bella della classe di cui è innamorato.

All’inizio è sembrato andare tutto bene: giornali e giornalisti mainstream hanno picchiato duro, Repubblica, la meno bella Lucia Annunziata in testa. Ma alla fine le prende, Renzi, perchè davvero sembra che il motore cominci a battergli in testa. Il leggendario senso dell’azzardo, di cui è innamorato come fosse una ex ministra, sembra avergli divorato il senso di autoconservazione che pur sembrava possedere in quantità industriali, grazie a egoismo e narcisismo senza uguali, virtù politiche, queste, non da poco. E allora ecco che  accade l’inevitabile.

Non ho mai firmato nulla e non ho dovuto presentare alcun documento. Era tutto in nero. A lui andava bene così e anche a me”. La persona che parla non è un ex dipendente della ditta Di Maio ma Andrea Santoni, chef italiano residente a Londra a fine anni Novanta lavoratore in nero – sembra -per la società Speedy Florence, di proprietà della famiglia Renzi. Niente di trascendentale, del resto. Una vicenda come mille altre. E’ proprio questo il punto. Una storia banale come quella della ditta Di Maio si poteva ben immaginare ripetuta in un’infinità di altre famiglie italiane, compresa una certa famiglia Renzi, a cui non è mai mancato lo spirito d’iniziativa, sembra.

Santoni ha  raccontato tutto al quotidiano La Verità di Maurizio Belpietro: prendeva un fisso e delle provvigioni a seconda del numero di giornali venduti: “In azienda girava solo cash e andava bene a tutti” ha detto. La sua giornata lavorativa iniziava sempre all’alba, quando Matteo gli consegnava le copie dei quotidiani da vendere. “Io prendevo i giornali, raggiungevo la mia postazione e li vendevo. A casa facevo i conti e preparavo la busta con il denaro dei giornali venduti per conto della famiglia Renzi“. Non poteva barare e intascare una parte dei guadagni. “La mattina dopo mi presentavo con il plico e con la resa del giorno prima. Matteo prendeva le buste con i nostri nomi, ma non le apriva davanti a noi”.

Un altro lavoratore in nero, per il momento anonimo, confermerebbe il racconto di Santoni. “Ho lavorato con i Renzi per un paio d’anni – dice quest’ultimo – il primo mese ho preso circa 700mila lire, più 100 lire per ogni giornale venduto. Poi Tiziano ha scoperto che gli conveniva annullare il fisso e darci tutto in nero. In quel modo prendevo 500 lire per ogni copia di giornale. E la cosa conveniva anche a noi”. I fatti risalgono a vent’anni fa. Il quotidiano di Maurizio Belpietro  racconta di un’ispezione dell’INPS. La famiglia Renzi avrebbe fatto sottoscrivere in fretta e furia una dichiarazione ai ragazzi, dove loro dichiaravano di prestare lavoro in “massima autonomia”. L’INPS non si convinse e il 25 maggio 1998 avrebbe multato due società dei Renzi: la Chil per 35 milioni di lire e la Speedy Florence per un milione per “non aver pagato i contributi ai distributori di giornali”. Ha scritto La Verità che la multa è stata versata solo in parte dai Renzi dopo una sentenza della Cassazione.

Sulla vicenda il Movimento 5 Stelle ha diffuso un comunicato, dai toni non propriamente concilianti: “Siamo curiosi di sapere come adesso il PD commenterà la vicenda venuta fuori sui lavoratori senza contratto gestiti da Matteo Renzi e suo padre, quando li mandavano a distribuire giornali a nero nella loro Firenze Per giorni gli esponenti del PD, Renzi in testa, nascondendo i propri scheletri nell’armadio, hanno dispensato lezioni di morale. Dall’alto della propria ipocrisia hanno tentato di infangare il nome di Luigi per un bidone, una carriola e qualche calcinaccio abbandonati nella proprietà del padre, coprendosi di ridicolo perché Luigi era totalmente estraneo alla vicenda. Al contrario. Matteo Renzi era coinvolto in prima persona negli affari del padre, ne era persino complice. È questa la fotografia di ciò che rimane delle opposizioni – ha concluso il M5s – il nulla mischiato con il grottesco. Renzi e il suo partito adesso chiedano scusa e diano spiegazioni sulla vicenda“.

A replicare su FB questa volta non è il figlio, ma Tiziano. “Anche questa mattina La Verità, con il direttore Belpietro e il giornalista Amadori, insistono nella loro campagna diffamatoria contro di me, la mia famiglia, le mie aziende. Sostenere che il lavoro degli strilloni fosse un ‘lavoro in nero per i Renzi e alle paghe ci pensava Matteo’ è l’ennesima diffamazione. E dire che basterebbe conoscere le leggi per capire. I ragazzi che distribuivano i quotidiani erano pagati cash perché trattenevano il loro compenso da ciò che incassavano con la vendita dei quotidiani ma poi ovviamente l’azienda provvedeva al pagamento delle tasse come previsto dalla legge – ha spiegato papà Tiziano, certo rincuorato dalle recenti sentenze con cui i giudici di Firenze hanno condannato il Fatto Quotidiano a risarcirlo per degli articoli giudicati diffamatori nei confronti della famiglia Renzi – Era pagamento in contanti, non in nero – sottolinea Tiziano, con una sottolineatura non casuale –  una semplice differenza che in sede di tribunale sarà facilmente dimostrabile”.  Renzi senior annuncia dunque querele nei confronti  La Verità colpevole di riprendere le dichiarazioni di Santoni, contro cui Renzi padre non minaccia nulla, così sembra, almeno per il momento. Chissà se quella storia della multa INPS è roba inventata. Se non dovesse risultare nulla Boeri non mancherà di smentirla, e con un certo compiacimento, ne siamo certi.

Per ora Antonio Di Maio è apparso più mite dinanzi alle indagini di Repubblica e Iene; anche il figlio Luigi non ha mancato di stile. Vediamo cosa farà Matteo Renzi. Chissà, magari Maurizio Belpietro si sbaglia di grosso e alla fine, a fare la figura dell’idiota sarà il direttore del giornale. Per ora l’ex premier non sembra abbia voglia riferire in Parlamento su questa vicenda. E questo sembra certo un segno d’intelligenza. Ritrovata, almeno.