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Judith Romanello “Sono stata stuprata”

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Viviamo in tempi in cui ci piace dire parole un po’ a caso. Con l’avvento dei social soprattutto spesso ci si lascia prendere la mano e si usano dei termini senza cognizione di causa. Magari ci si fa pure un video o ci si scrive anche un post, sicuri che si coglie nel segno. Allora si diventa persino popolari, si passa per paladini, ci si sente dei simboli. E se tutto ciò non fosse vero? Se fosse stato architettato per avere un po’ di attenzione?

Noi ovviamente non possiamo sapere come si sono svolti i fatti e concediamo il beneficio del dubbio, perché non siamo in un tribunale e nessuno intende giudicare nessuno; eppure nel caso di Judith Romanello qualcosa non torna. Per chi non la conoscesse, Judith è una ragazza originaria dei Caraibi che vive a Spinea, in Veneto. Qualche giorno fa ha pubblicato un post su Facebook in cui ha detto che stava cercando lavoro, ma che quando si è presentata al colloquio per lavorare come cameriera, il proprietario del ristorante l’avrebbe cacciata in malo modo perché “nera”. Il video – come spesso accade per queste circostanze – è diventato subito virale e la storia è stata pure ripresa da diverse testate nazionali. Non è stata fatta alcuna verifica (addirittura il Sindaco di Venezia si è scusato) visto che la ragazza non ha detto di che ristorante si trattasse, né come si chiamasse l’uomo in questione, inoltre sul sito in cui lei dice di aver trovato l’annuncio non c’è nulla che possa rimandare a quel lavoro.

La ragazza sembra che però non sia nuova a voler apparentemente denunciare sui social dei fatti gravi, per carità, i quali però dovrebbero forse essere risolti in altre sedi. Oppure, visto che il web è comunque una grande cassa di risonanza, pubblicare dei contenuti verificabili, con delle prove, perché così sono solo parole e quelle da sole non bastano.  Circa un anno fa, infatti, Judith ha pubblicato su Facebook un post in cui accusava qualcuno di averla stuprata.

Il post è stato successivamente cancellato lasciando spazio ad un altro in cui si adducono delle motivazioni che danno qualche perplessità: “I miei hanno voluto che cancellassi il post perché hanno paura che lo stronzo faccia qualcosa, comunque ringrazio chi mi ha scritto in privato sostenendomi e quelle donne che hanno avuto il coraggio di raccontarmi la loro esperienza,è ciò che volevo,aiutarvi❤️ comunque ho scoperto che il mio stupratore non ha fatto del male solo a me e spero e farò di tutto che la paghi! Grazie a tutti❤️
Ps donne ricordatevi nessuno ha il diritto di alzarvi un dito contro se non volete e se vi fa del male NON è colpa vostra,e denunciate sempre perché è così che si fermano sti stronzi”.

Qualcuno ha commentato (e si tratta di una donna non del solito uomo maschilista): “Abbia pazienza ma di regola una donna che ha subito uno stupro l’ultima cosa che farebbe è quella di mostrare il suo corpo seminudo anche solo su un social. #quanessunoèfesso o almeno, qualcuno grazie al Cielo ancora non lo è”. E un’altra scrive: “Effettivamente…poi toglie il post xké pensa che lo stupratore potrebbe denunciarla?! Questa è tutta scema ma lo è ancor di più chi le crede!”.

A questo si aggiunge un altro elemento: solo il giorno prima della pubblicazione di questo post, l’8 giugno 2017, la ragazza ha messo una foto la cui didascalia dice “In realtà… metto sta foto perché sembra che abbia un po’ di tette”. Ammettiamo che qualche perplessità ci possa stare: una ragazza vittima di abusi ha voglia di scherzare così sul proprio fisico, un corpo che è stato abusato e che dovresti sentire come non tuo?

Speriamo ovviamente che questo episodio non sia vero, ma probabilmente chi è vittima di uno stupro ha un lavoro psicologico da compiere, un percorso difficile che poi ti fa vedere la vita in maniera differente. Probabilmente Judith non avrà voluto mostrare la sua fragilità, ma solo foto in cui è allegra, sorridente e in cui mostra la sua fisicità. Sarà stato il suo modo di reagire al dolore? Per il momento possiamo fare solo delle ipotesi, ma ci piacerebbe che fosse proprio lei a smentire la solita malafede con delle prove concrete.