Home News dal mondo Libia nel caos, evasi 400 detenuti: “Rischio terrorismo”

Libia nel caos, evasi 400 detenuti: “Rischio terrorismo”

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«Sono quasi tutti tunisini, più qualche maghrebino ma i motivi per cui arrivano in Italia potrebbero non essere solo legati a bisogni economici. Tra loro ci sono persone che non vogliono farsi identificare, gente già espulsa in passato dall’Italia o appena liberata con l’amnistia dalle carceri tunisine o magari che ha preso parte alle rivolte del 2011». Parlava così Luigi Patronaggio  in un’intervista a La Stampa del settembre 2017, un anno fa, quando il premier Paolo Gentiloni sostenuto dal PD sedeva a Palazzo Chigi. Il Procuratore di Agrigento aggiungeva  «Tra loro potrebbero esserci anche persone legate al terrorismo internazionale. Per questo penso che siamo di fronte a un’immigrazione pericolosa».

Anche i migranti arrivati sulla Diciotti erano partiti con un barcone che stava facendo rotta sull’Italia dopo essere passato dalle acque di Malta. E a bordo sono stati identificati almeno quattro scafisti che sono finiti in manette. Anche loro fanno parte di quella immigrazione che Patronaggio definisce – o meglio definiva “pericolosa“. Si tratta di tre cittadini egiziani e di uno del Bangladesh, ritenuti responsabili di condotto l’imbarcazione con a bordo gli immigrati in acque maltesi. I migranti avranno salva la la vita grazie alla Nave Diciotti.

I reati contestati a questi migranti sono associazione per delinquere finalizzata alla tratta di persone, favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, violenza sessuale e procurato ingresso illecito. Le vittime oltre a indicare chi era alla guida del barcone,  hanno descritto il capo dell’organizzazione che organizza i viaggi: di lui conoscono solo il nome, Abdusalam. Si muove circondato da uomini armati e gestisce i gregari che si occupano di trovare le barche, reclutare i passeggeri, intascare i soldi, sorvegliare i migranti per mesi prigionieri in attesa della partenza e guidare le imbarcazioni. «Gli uomini di Abdusalam ci impedivano di allontanarci dalla prigione e violentavano le donne», hanno raccontato i testimoni.

Gli scafisti non sono gli unici indagati dalla Procura: c’è anche il Ministro dell’Interno, Matteo Salvini e l’alto funzionario del Viminale Matteo Piantedosi. Quest’ultimo descritto fra i più stretti collaboratori di Annamaria Cancellieri, Ministro della Giustizia del Governo Letta. Un funzionario irreprensibile quando a Palazzo Chigi comandava il PD. Diventato improvvisamente un criminale da quando al Ministero degli Interni c’è Salvini.

Come possano tenersi insieme senza contraddirsi, logicamente e giuridicamente, un’accusa per immigrazione clandestina e ingresso illecito a 4 presunti scafisti e, al contempo, un’accusa al Ministero dell’Interno per aver impedito lo sbarco ai migranti irregolari nell’ambito della stessa vicenda sarà onere, non semplicissimo, dell’accusa. Ma le contraddizioni di fondo già emergono se solo si confrontano le dichiarazioni del PM sui rischi del terrorismo con l’iniziativa dello stesso PM contro il soggetto istituzionalmente preposto a contrastare la criminalità e quindi il terrorismo, il Ministro. Ci sono altre incongruenze in questa vicenda, relative all’allarme sanitario paventato a bordo della nave Diciotti: secondo il Garante dei detenuti e lo stesso Patronaggio ci sarebbero stati 69 casi di presunta scabbia e 5 casi di scabbia avanzata. Inascoltato è rimasto il comandante Massimo Kothmeir che smentì la sussistenza di emergenze sanitarie. Epidemia, malattie, situazioni disperate sembrano essere svanite nel momento stesso in cui i migranti hanno toccato terra. La CEI, che ha preso in incarico buona parte di loro, ha sottolineato le  “buone condizioni di salute” dei migranti accolti. Aveva detto il magistrato al Corriere della Sera:  «Ho constatato che sono quasi tutti affetti da scabbia. Una realtà devastante, a cominciare dai cattivi odori che ti restano addosso. Mi ha accompagnato un appuntato che non era mai stato a contatto con questa realtà. Sconvolto. “Dottore dal vivo cambia tutto, non è come si legge sui giornali…”. Ha ragione». Le parole del procuratore erano in sintonia con i resoconti tristi e allarmanti fatti dal PD,  e in contraddizione con quelli del comandante prima e della CEI dopo. Certo nessuno del Dem spenderà più un minuto per sincerarsi se i migranti stanno bene o stanno meglio e se lo faranno non accadrà davanti alle telecamere. I migranti sono serviti, politicamente, per quello che dovevano servire.

Ora questo scenario, dove le competenze di un Ministro in un’area cruciale come il Mediterraneo sono esautorate dall’azione della Magistratura accade quanto di meno auspicabile potesse accadere: la Libia sta precipitando nel caos, ancora una volta: i gruppi che si contendono l’intero Paese, mai stabilizzato dopo la caduta di Gheddafi, combattono in queste ore per Tripoli nelle strade della città.  Da una parte c’è il governo di Fayez Sarraj  dal’altra il generale Khalifa Haftar, l’uomo che comanda sulla Cirenaica, che ha accanto Emirati Arabi Uniti ed Egitto e che avrebbe la Francia come sostenitore. Haftar punta sulla capitale finora territorio di Sarraj e della coalizione di unità nazionale, il governo riconosciuto all’estero. Sarraj fa appelli alla pacificazione. Allo stesso tempo, dispone la chiusura dell’aeroporto di Tripoli e proclama lo stato d’emergenza. Intanto la Settima Brigata, quelle delle tribù legate a Gheddafi e ora vicine ad Haftar, avanza in città dal 25 agosto.

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Si parla di quasi 200 morti in città negli scontri dei quartieri Abu Salim, Salahaddin e Rabiah, oltre che all’aeroporto. Qui il colonnello Abdel Rahim Al-Kani, leader della Settima Brigata, ha posizionato le sue forze. 400 detenuti sono evasi dal carcere di Ain Zara. “I detenuti sono riusciti a forzare le
porte e uscire” raccontano di “un tumulto e una
rivolta” dovuti a combattimenti tra milizie rivali in prossimità del carcere. A Tripoli, come nel resto della regione, cominciano a mancare benzina, acqua ed elettricità. Difficile possa svolgersi a Roma la conferenza in programma a fine mese sulla pacificazione del Paese. Sarebbe stata un’ottima occasione per affrontare il tema migranti. Ora è di nuovo il caos. E come sempre sono i proventi petroliferi a fare gola. I soldi che una volta gestiva Gheddafi sono  oggetto di spartizione e scontri interni e in dispute esterne fra i paesi europei che hanno maggiori interessi in Libia l’Italia e la Francia di Emmanuel Macron.