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Terremoto, lo sfogo di una sfollata ad Arquata: “Le casette cadono a pezzi”

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Dovevano essere, a modo loro, un simbolo della vita che non si ferma di fronte alla catastrofe del terremoto e della volontà di rimboccarsi le maniche e impegnarsi nella ricostruzione. Ma le “casette” consegnate nei (tanti) luoghi colpiti dal sisma che nell’estate 2016 ha sconvolto il centro Italia stanno piuttosto diventando l’emblema di un paese che va a rotoli. Perché – denunciano i terremotati che hanno appena cominciato ad abitarci – sono di qualità così scadente da renderle fatiscenti. “Siamo stanchi, sfiniti. Pensiamo di riconsegnare le chiavi e andarcene”, dichiara Luigia D’Annibale, una dei tanti sfollati di Arquata del Tronto che dopo una lunga attesa per un “modulo abitativo” di legno (arrivato solo il 7 ottobre scorso) punta il dito contro quelle che definisce “casette fatte senza nessun rispetto per chi doveva andarci a vivere”.

Nella “casetta” di Luigia vivono cinque persone: lei, suo marito e (il sabato e la domenica) tre figlie. Purtroppo, la loro abitazione “provvisoria” non è come se l’immaginavano. “Prima non funzionava la caldaia, mancava la corrente – racconta la donna al Quotidiano Nazionale – . Poi le tubature gelavano, la mattina non avevamo l’acqua, hanno dovuto rifare i tubi mettendoci una protezione. E ancora, i boiler sono montati all’esterno, non è la posizione più adatta considerando che la notte il termometro scende fino a otto gradi sotto lo zero. E infine, l’acqua che entrava dal tetto dove hanno messo la carta catramata che però col freddo si stacca”.

Ci mancava poi il bagno a creare un nuovo problema l’altra notte. “Erano le 4 del mattino, ho sentito un rumore di acqua – spiega Luigia – . Pensavo che fosse pioggia. Mi sono poi resa conto che usciva acqua a fiotti dalla cassetta dello scarico”. E le riparazioni, ovviamente, sono a carico della famiglia assegnataria della casetta. Un problema dopo per l’altro per gente che il giorno del sisma ha perso parenti e amici sotto le macerie. “Se continua così dobbiamo andarcene, siamo costretti – continua la donna- . Si cerca di superare ogni cosa, si prova ad andare avanti, nonostante tutto. Ma adesso, non abbiamo la forza di sopportare anche questo. Abbiamo tirato fuori l’albero di Natale da sotto le macerie, ci avevamo pure provato a ricreare una situazione normale”. “Non vorremmo lasciare Arquata. Ma non è possibile vivere in questo modo, c’è sempre qualcosa che non funziona”, conclude.

EDS