Il premier tenterà il possibile per restare a Palazzo Chigi, ma le soluzioni che permetterebbero di defenestrare l’Avvocato del Popolo ed evitare il voto non sono così esigue come potrebbe sembrare in un primo momento. E prende quota il nome del Ministro degli Esteri, con qualche fondatezza.

Ci sono due certezze o, almeno, una certezza e mezza. La prima è che non si andrà al voto. Il presidente della Camera, Roberto Fico ha tentato la boutade qualche giorno fa, per far salire un brivido lungo la schiena di un manipolo di parlamentari del M5S in vena di dissenso – e di bluff, si è capito dopo. Fico è arrivato a dire che la prospettiva del ritorno alle urne, in caso di caduta del Governo, era da considerarsi concreta, ma nessuno l’ha creduto, se non forse qualche esponente del Movimento in ansia prima di decidere se votare la riforma del Mes e oscurare lo specchio – o salvare il proprio scranno.

Per la maggior parte hanno deciso che la faccia vista ogni mattina allo specchio non era il caso di salvarla. E così hanno salvato Conte, per ora. Ma al voto non crede nessuno, neanche Fico che dopo aver fatto finta – un secolo fa, ormai – di recarsi alla Camera con i mezzi pubblici si è abituato alla normalità della politica, che è quella di mentire, talvolta senza neanche sapere di farlo. Non vuole il voto il Movimento, perchè sarebbe come uno stuolo di fagiani che votano per l’apertura della caccia. Non sono così stupidi, quelli che gridavano “onestà, onestà“. Le urne sono un problema per il senatore Matteo Renzi ed i suoi, perchè l’ex premier ha perso un’altra scommessa dopo la riforma costituzionale e non è riuscito a far confluire in Italia Viva il numero di parlamentari Dem su cui pensava di aver fatto presa. E c’è anche la legge che ha tagliato drasticamente il numero degli eletti a creare vertigini alla solo idea di voto. E non solo a M5S e Italia Viva.

Dunque non si vota, soprattutto in tempi di pandemia, tra un’ondata e l’altra, con l’esercito di virologi, un tempo medici soltanto, ora esperti nel contraddirsi ed offendersi che starebbero lì a fare le Cassandre a parlare di quarta ondata, a voler ridurre l’orario di accesso ai seggi con la stessa logica demenziale che ha indotto qualcuno alle chiusure anticipate di bar e negozi, come se questo non creasse una maggior densità nelle poche ore di apertura, invece che affievolirla su turni più estesi. Misteri dei “tecnici” o misteri della stupidità, verrebbe da dire.

Quindi niente voto è la certezza. La mezza certezza è che Conte dovrà capitolare e con lui Rocco Casalino, il capo ufficio stampa probabilmente responsabile di gran parte delle antipatie che il premier si è attirato negli ultimi tempi. Il problema è che Casalino ha preteso che gli italiani osservassero il bel premier con gli occhi adoranti con cui lui lo vede, cosa amorevole assai, ma che ha sortito l’effetto contrario, perchè l’amicizia e la complicità non sono sentimenti che possono essere veicolati con la semplice regia di una conferenza stampa, l’ennesima.

Per il resto Conte ci ha messo del suo, dalla commissione di esperti capitanti da Vittorio Colao pagati per produrre non si sa cosa, agli Stati Generali che avranno fatto impazzire un Rocco Casalino in vena di reminiscenze settecentesche ma che ai più sono sembrati una “buffonata” inconcludente, in piena pandemia. Il premier non si è scollato di dosso l’accusa di aver dormito invece di prepararsi alla seconda ondata: una rospo pesante da ingoiare, questo, soprattutto se accompagnato da un Domenico Arcuri che rospo non è ma resta difficile da far ingoiare, quando il premier si intestardisce ad attribuirgli incarichi senza obbligo di rendicontazione. Difficile da digerire, Arcuri, soprattutto se rimane un mistero quanto guadagna.

E in ultimo ecco l’idea di un’ennesima task force, per gestire i soldi del Recovery Fund. Forse è stata condivisa con Casalino questa trovata, forse sono suggestioni provenienti dalla Francia e dalla Germania, dove si teme la nostra incapacità a gestire i fondi con il cigolante e oscuro meccanismo dello Stato. Sia come sia l’idea di altri “esperti”, nel versante della politica interna, è apparsa sciagurata. Ed ecco che si è pensato fosse il momento di farla finita, con Conte. E a pensarlo sono più o meno tutti, sebbene sia Renzi a dover fare il lavoro sporco, sotto i riflettori, minacciando di sfilare i suoi dalla Maggioranza.

Sì, ma dopo? Dopo la soluzione più alla portata di mano sembra quella che porta al Ministro degli Esteri, per una serie di buone ragioni: Luigi Di Maio è un nome che terrebbe compatto il Movimento, sempre sull’orlo della rottura. E’ un nome che il senatore Renzi potrebbe mandare giù in cambio di una maggiore visibilità nel nuovo Governo: lui ha detto che a questo non pensa. E allora è vero il contrario. Di Maio e Nicola Zingaretti sembrano in buoni rapporti come mai prima, al punto che nessuno dei due si è sognato di difendere Conte dal fuoco amico di Renzi. Questo vuol dire molto, per molti. E per gli altri – forse i più informati – significa tutto. Sarebbe stato lo stesso Di Maio nel corso di un incontro con i parlamentari del Movimento, prima del voto sul Mes che avrebbe potuto portare alla decapitazione di Conte, ad esprimersi così: “Se cade il Governo il problema non è mio, un posto da ministro nel prossimo Esecutivo l’avrò“. Il ragazzo di Avellino qualcosa già sapeva e sembrava più calmo di altri: non si sarebbe andato al voto, certo, anche nel caso in cui l’avvocato di Volturara Appula fosse andato sott’acqua. Ed era certo di un Dicastero, un altro. Forse più in alto, più prestigioso degli altri. Non male per qualcuno che era abituato a guardare le partite di calcio allo stadio San Paolo da molto in alto, forse troppo, e senza potersi fermare. Perché stava faticando.

 

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