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Metà dei boss scarcerati per il Covid è ancora a casa: il fallimento del decreto Bonafede

ULTIMO AGGIORNAMENTO 13:02
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I numeri forniti dal Ministero della Giustizia dicono che la metà dei boss scarcerati durante l’emergenza Covid è ancora a casa, mentre il decreto Bonafede doveva riportarli in cella.

 

 

Sono 112 – su un totale di 223 – i boss e i trafficanti di droga che non hanno fatto ritorno in carcere nonostante il decreto firmato a maggio dal Ministro della Giustizia Alfonso Bonafede per arginare il flusso di scarcerazioni legate al rischio di diffusione del Coronavirus all’interno dei penitenziari. Il provvedimento – come riporta Il Fatto quotidiano – impone ai giudici di sorveglianza di rivalutare continuamente, nel corso del tempo, la persistenza delle condizioni di emergenza sanitaria, eppure sembra proprio che qualcosa non stia funzionando, visti i numeri. Questo nuovo meccanismo, ad esempio, non è stato sufficiente a riportare in cella Pasquale Zagaria, boss dei Casalesi. Il Tribunale di Cagliari, chiamato a decidere sul suo rientro in carcere, ha addirittura posto una questione di legittimità costituzionale sul decreto, che sarà valutata nei prossimi mesi dalla Corte Costituzionale. Secondo i giudici del tribunale sardo, l’obbligo di rivalutare frequentemente la legittimità di detenzione domiciliare potrebbe “violare la sfera di competenza riservata all’autorità giudiziaria” e di conseguenza non rispettare “il principio di separazione dei poteri“. Sta di fatto che Zagaria, per ora, continua a scontare la pena nella propria abitazione, così come molti altri: da importanti esponenti della mafia palermitana – Giuseppe Libreri, di Termini Imerese, Diego Guzzino di Caccamo e Stefano Contino, di Cerda – passando per Pino Sansone – su cui grava l’accusa di aver tentato la riorganizzazione di Cosanostra – fino ad arrivare al boss della mafia dei pascoli Gino Bontempo.

Dal ministero sottolineano che, a fronte di 112 boss ancora ai domiciliari, gli effetti del decreto hanno già riportato in cella 111 membri dei clan, “un risultato importante“, dicono fonti ministeriali a La Repubblica. “Il meccanismo del decreto si è rivelato decisivo perché, rispettando l’autonomia dei giudici, li ha chiamati a riconsiderare tutti i provvedimenti di scarcerazione e ha consentito di fare rientrare in carcere i boss più pericolosi”.
E così in molti hanno fatto ritorno in cella: il boss della ‘Ndrangheta Vincenzo Iannazzo e gli affiliati Nicolino Gioffrè, Francesco Mammoliti, Antonio Mandaglio, Antonio Romeo. E poi il killer di Cosa nostra Antonino Sudato e Franco Cataldo, uno dei carcerieri del piccolo Giuseppe Di Matteo.

Ma il numero complessivo dei casi – 223 – non corrisponde alle cifre che erano state fatte nei mesi scorsi, quando la polemica  sulle scarcerazioni aveva costretto il ministro Bonafede a riferire sui fatti in Commissione Giustizia. In quell’occasione – il 14 maggio scorso – il ministro aveva parlato di 498 scarcerazioni tra detenuti in regime di alta sorveglianza e di 41 bis. Una bella differenza, rispetto alla cifra di 223, fornita ora dal ministero. Questa drastica riduzione è conseguenza di un successivo esame dei fascicoli dei boss rientrati ai domiciliari, da cui è emerso che le scarcerazioni dovute all’emergenza coronavirus sarebbero state soltanto 223, di cui 102 in attesa della conclusione dei rispettivi processi. Gli altri 275 citati dal minstro Bonafede avrebbero invece ottenuto la concessione dei domiciliari per ragioni non collegate al Covid, come “fisiologiche cause processuali, applicazione di benefici previsti dalla legge, oppure motivazioni sanitarie pregresse“, spiegano dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria. Un quadro non particolarmente chiaro, che dà l’impressione che almeno fino all’inizio di maggio – quando lo stesso Bonafede impose un ricambio al vertice del Dap, con le dimissioni di Franco Basentini e l’insediamento di Dino Petralia come nuovo capo e di Roberto Tartaglia come suo vice – ci fosse una certa confusione sui criteri che regolavano le scarcerazioni. A questo si aggiunge poi il mistero relativo alla circolare che, nel pieno della pandemia, attivò i meccanismi di scarcerazione , inserendo molte patologie tra quelle ritenute a rischio Covid,  che hanno permesso a molti dei boss già citati di fare ritorno a casa.

 

Fonte: Il Fatto Quotidiano,  Repubblica