Il Presidente della Regione Sardegna Christian Solinas spiega: “Non siamo noi a diffondere il virus e il Governo doveva fare di più”.

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Era stato proprio lui, Christian Solinas, ad incendiare il dibattito sulle misure anti-covid da prendere per affrontare al meglio la stagione turistica estiva. Era maggio, l’Italia stava rimettendo la testa fuori dal lockdown e immaginava come sarebbero state le proprie vacanze. E l’idea lanciata all’epoca dal Presidente della Regione Sardegna fece discutere parecchio: un patentino di immunità che i viaggiatori avrebbero dovuto ottenere prima di raggiungere l’isola. Un articolo de Il Sole 24Ore  spiegava bene perchè, tra favorevoli e contrari, difficoltà pratiche e ipotesi di incostituzionalità, non se ne fece più nulla. Ora, con i dati sui contagi che tornano a preoccupare, e con molte regioni che indicano la Sardegna come luogo in cui i turisti avrebbero contratto il virus, Solinas non ci sta a far passare la propria regione come principale focolaio. Una delle situazioni più preoccupanti riguarda il Lazio, in cui i positivi crescono a ritmi che non si erano registrati neanche nel pieno della prima ondata e i cui tecnici avrebbero stimato addirittura nel 45% del totale i casi di positività di rientro proprio dalla Sardegna. Una ricostruzione priva di fondamento, secondo il presidente sardo, che in un’intervista a Repubblica attacca: “L’Assessore alla Sanità laziale parla di 600 casi collegati: dubito fortemente. Questo tentativo di dipingerci come il problema è solo strumentalizzazione mediatica“. Secondo Solinas, infatti, la circolazione del Covid nella regione sarebbe legata esclusivamente a casi di importazione: cittadini sardi rientrati dall’estero, che hanno dato luogo a focolai prontamente “isolati e circoscritti”, e turisti arrivati sull’isola già positivi.

Alla luce degli ultimi dati, da qualche giorno la Regione Lazio ha proposto alla Sardegna di stipulare un accordo che preveda dei controlli sui turisti in uscita dall’isola. Proposta che ancora non ha trovato uno sbocco pratico, vista la perplessità dell’amministrazione sarda, confermata dallo stesso Solinas, che spiega come attivare un meccanismo di controllo di questo genere nei confronti di un’unica regione senza alcuna verifica degli altri turisti sarebbe tutt’altro che utile. I tamponi, secondo il presidente della regione, sono indispensabili su tutto il territorio nazionale. Concetto ribadito in modo netto dall’assessore sardo a Igiene e Sanità Mario Nieddu: “Il virus qui è rientrato con i turisti, che se lo sono scambiato tra di loro e se lo stanno riportando a casa” – ha dichiarato a Il Messaggero. “Ora non vedo perché dovremmo fare tamponi in uscita solo ai turisti della tratta con il Lazio e Olbia-Civitavecchia, che peraltro non è la tratta con più movimento dalla Sardegna al continente“.

Anche sulla gestione della movida, Solinas si autoassolve e contrattacca. Le discoteche erano aperte in tutto il paese, e, secondo il presidente, il protocollo di sicurezza seguito dalla regione Sardegna ha permesso di isolare rapidamente i focolai che si erano sviluppati in alcuni locali. Un meccanismo che non ha funzionato nel caso del Billionaire. Sulle ragioni, dice Solinas, bisogna però interrogare il locale stesso: “Cos’è successo lì dovete chiederlo al Billionaire“. E conclude: “Ritengo di aver fatto il meglio per preservare salute e economia. Peccato non essere riuscito a convincere il governo che il certificato di negatività era l’unico strumento: è la tendenza mondiale, ma il governo ha preferito la riapertura senza controllo. E ora dà la colpa a noi“.

 

Fonte: La Repubblica, Il Sole 24 Ore, Il Messaggero

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