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“Di una seconda ondata neanche l’ombra”, dicono gli esperti. Ma le previsioni hanno fallito

ULTIMO AGGIORNAMENTO 12:47
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Modelli, previsioni, stime, statistiche. Le ipotesi degli esperti sull’evoluzione del Coronavirus si sono rivelati fallimentari. Secondo alcuni, l’ipotesi di una seconda ondata potrebbe non verificarsi mai. Eppure, guardando al passato, le teorie sull’andamento dell’epidemia non sembrano aver funzionato. 

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Tutte le previsioni si sono rivelate sbagliate. O quasi. Quella che per molti, a febbraio, sarebbe stata una banale influenza, si è rivelata in questi mesi essere molto di più. All’epoca – quando ancora non si conosceva la reale portata dell’epidemia – scienziati di tutto il mondo avevano cominciato ad interrogarsi al riguardo, parlando di conseguenze e azzardando stime che si sono rivelate essere, nel tempo, sempre più fallimentari. Per fare qualche esempio, l’Ihme, organizzazione americana che fornisce i dati alla Casa Bianca, calcolava al 19 maggio zero decessi in Italia. Ma quel giorno giorno ne erano ancora 162. Si sarebbe quindi arrivati al 4 agosto con 20.300 morti, numero ad oggi ampiamente superato. Ancora, tra le numerose ipotesi e teorie di esperti, uno studio sviluppato da alcuni ricercatori dell’Einaudi Institute for Economics and Finance (Eief) – e pubblicato sul Corriere della Sera – sembrava dare speranza. In base alle statistiche formulate, i contagi avrebbero dovuto azzerarsi fra il 5 e il 16 maggio in Toscana; soglia che in Trentino-Alto Adige avrebbe dovuto essere già raggiunta il 6 aprile, mentre in Basilicata il giorno seguente. In linea di massima, tutte le regioni italiane avrebbero dovuto dirsi fuori dall’epidemia già settimane fa.

Ma perché i modelli matematici non hanno funzionato? Secondo Carlo Signorelli, docente di Igiene all’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, il problema risiede nel fatto che alla base delle stime ci sono numeri, numeri che in Italia non danno una reale portata dell’epidemia, in quanto non sono reali. A dirlo, del resto, era stato lo stesso capo della Protezione civile Angelo Borrelli, quando parlava di numeri ben più alti di quelli che venivano riferiti nelle consuete conferenze stampa. “Il fallimento dei modelli dipende dal fatto che non sappiamo quanti sono realmente i casi in Italia – spiega Signorelli all’Adnkronos. Infatti, più della metà sono stati asintomatici, ed è quindi probabile che ci siano ad oggi persone che, pur avendo contratto il virus, non se ne siano accorti. Di conseguenza, le stime dei modelli vengono costruite su una base non solo sottostimata, ma anche variabile, in quanto dipende dal numero dei test che vengono effettuati da regione a regione, da provincia a provincia.

Concorda sul fatto che il fallimento dei modelli matematici sia dovuto a una “incompletezza del quadro epidemiologico reale” anche l’epidemiologo Donato Greco, ex capo del laboratorio di epidemiologia dell’Istituto superiore di Sanità e poi direttore generale della Prevenzione al ministero della Salute dal 2004 al 2008. Certamente, una delle difficoltà è stata riscontrata dalla novità dell’epidemia. Il Covid-19 non ha sostanzialmente precedenti: il rapporto sintomatici-asintomatici; l’eventuale immunità di gregge; il tasso di infezione. Parametri troppo incerti che hanno portato ad avere stime rivelatasi illusorie. “I primi modelli matematici erano troppo precoci, c’erano troppi pochi elementi a disposizione“, dice Greco. Inoltre, non si sarebbe guardato sufficientemente alla storia. Ci si è insomma basati solo su elementi approssimativi, primo fra tutti il numero di contatti delle persone. “Il modello matematico serve se intorno c’è una ‘intelligence‘”, spiega l’epidemiologo. Cioè, gruppi di persone, esperte, che usano strumenti diversi e lavorano nella descrizione dell’andamento epidemiologico. Un errore ulteriore è stato quindi fatto dai tecnici e dai politici che hanno sposato immediatamente, passivamente e asetticamente, i suggerimenti dei modelli matematici senza che intorno ci fosse un adeguato lavoro d’uso e di contestualizzazione degli stessi.

Seconda ondata?

Ad oggi, dicono gli esperti, in Italia il virus arretra ed è in ritirata. Guido Silvestri, virologo docente negli Usa alla Emory University di Atlanta, già qualche giorno fa – il 23 maggio – si diceva speranzoso. “Siamo al 49esimo giorno consecutivo in cui cala il numero totale dei ricoveri in terapia intensiva per Covid-19 in Italia”, scriveva Adnkronos. Del tanto temuto ritorno del virus non se ne vede neanche l’ombra”, affermava lo scienziato convinto che il caldo avrebbe funzionato nel debellare il virus. Non la pensa così, invece, Andrea Ammon, direttrice del Centro europeo per il controllo delle malattie (Ecdc), che in un’intervista al quotidiano inglese The Guardian – riportata su Fanpage – ha fatto il punto della situazione. L’Europa dovrebbe prepararsi alla seconda ondata di Coronavirus, che non è più una teoria lontana. A detta dell’esperta, osservando le caratteristiche del virus e ciò che emerge dai diversi paesi in termini di immunità della popolazione, il virus è comunque intorno a noi.

Secondo l’Ecdc, dal 2 maggio, l’Europa nel suo insieme ha superato il picco di infezioni da Coronavirus. Solo la Polonia non era tecnicamente arrivata a quel livello a quella data. L’allentamento graduale delle misure restrittive imposte per il contenimento del contagio, rende possibile una seconda ondata dell’epidemia specie se, presi dall’euforia e dalla distrazione, non si rispetteranno le regole per evitare che si registrino nuovi casi, in particolare il distanziamento sociale. “Dobbiamo cambiare il nostro stile di vita. Le persone pensano che questo incubo sia finito, soprattutto ora che i dati sono in diminuzione, ma non è così”, ha proseguito l’esperta. Le vacanze invernali di inizio marzo tra Italia e Austria avrebbero tra l’altro favorito il contagio in Europa, visto che i primi casi nell’Ue avevano un legame con le località sciistiche delle Alpi e in Austria. A suo dire, quindi, la battaglia contro il Coronavirus durerà ancora a lungo. Ma, a questo punto, le previsioni potrebbero ancora una volta sbagliare.

Fonte: Adnkronos, Corriere, Fanpage

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