L’Italia chiusa dal 10 marzo, i numeri sono ancora altissimi, il lockdown di Conte sta fallendo

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Era la sera del 9 marzo quando il premier Giuseppe Conte decise di fare un passo nella direzione mai tentata prima. Era inevitabile, per come si erano messe le cose. Dopo 45 giorni tentiamo un primo bilancio.

Il premier lo sapeva benissimo e forse sapeva anche altro. Le cose si erano messe male: “tempo non ce n’è” disse l’inquino di Palazzo Chigi, in un italiano che poteva essere migliore. Erano passati 17 giorni dalla mezzanotte del 20 febbraio quando l’assessore al Welfare della Regione Lombardia, diede notizia di un 38enne positivo al Covid-19 a Codogno. Nel corso della giornata saliranno a 15 i contagiati. E, quello stesso giorno, il 21 febbraio, si scopre un altro focolaio, a Vo’ Euganeo, provincia di Padova. C’è il primo morto. Viene a mancare in tarda serata, alle 22.45 di quel giorno cruciale. Una manciata di ore e l’Italia non è stata più la stessa.

Lo “Stato di Emergenza” non è servito 

Il 31 gennaio la Gazzetta Ufficiale pubblica una delibera del Consiglio dei Ministri: è lo Stato di Emergenza stabilito per 6 mesi in ragione di un allerta per la “salute pubblica” causata dal Coronavirus. L’emergenza era stata sancita dall’Organizzazione Mondiale della Sanita’ il giorno prima. La delibera parla della necessita’ di applicare misure adeguate in previsione di una imminente “crisi internazionale determinata dalla insorgenza di rischi per la pubblica incolumità’”. La crisi è dovuta ad “agenti virali trasmissibili” e il pericolo riguarda anche l’Italia.

Il giorno prima il Governo aveva deciso di bloccare i voli da e per la Cina. La misura aveva suscitato perplessità tra gli addetti: “Migliaia di passeggeri cinesi arrivano in Italia facendo scalo a Dubai, a Doha, a Istanbul, a Mosca“. Così si era espresso il dirigente di una società cinese operante nei trasporti, tra Cina ed il resto del Mondo, parlando al Corriere. Tre settimane dopo, quando in Italia l’epidemia aveva iniziato a bussare, Walter Ricciardi appartenente all’executive board dell’Organizzazione Mondiale della Sanità esprimeva con un giudizio non dissimile: “E’ una decisione senza evidenza scientifica. E può essere controproducente, perché tramite altri scali internazionali possono entrare persone provenienti dalla Cina delle quali si finisce per perdere il controllo“. Un concetto ribadito più volte dalla OMS, sosteneva Ricciardi.

Cornavirus, un buco di 48 giorni

Cosa abbia fatto il Governo, oltre al blocco dei voli, tra il 30 gennaio ed il 21 febbraio non è dato sapere. Non ha usato quelle tre settimane per potenziare le strutture ospedaliere, o crearne nuove. Non sembra essersi dato pena nell’approvvigionamento di adeguati dispositivi per la protezione del personale medico, nè per creare condizioni di autarchia nella produzione di essi, a partire dalle mascherine la cui reperibilità diventa, nelle settimane successive al lockdown, e ancora adesso, un problema cruciale. Il Governo a gennaio, nella persona del premier, ostenta sicurezza. Quando l’allarme dell’Organizzazione Mondiale della Sanità è diventato, tre settimane dopo, reale, c’è la corsa a evitare il disastro: ventilatori polmonari ordinati con massima urgenza, ospedali costruiti dal nulla, reparti rivoltati come guanti e adibiti alla ricezione dei contagiati. Ma è tardi, drammaticamente tardi. Il virus è entrato come una spada nel burro ed è al di là delle esili, o inesistenti, barriere predisposte a fronteggiarlo.

E così arriviamo al 9 marzo quando il premier Conte decide di “chiudere l’italia”. In quel momento, 17 giorni dopo il primo caso, le vittime sono 463: un numero spaventosamente alto che mostra il costo, in termini di vite, delle tre settimane di vuoto seguite al 31 gennaio: 48 giorni di incertezze in cui il virus ha potuto diffondersi e deflagrare. Quando l’epidemia era un’eventualità, il 27 gennaio, il premier non esitò a dire che l’Italia – con 5000 posti di terapia intensiva sull’intero territorio nazionale, senza dispositivi di protezione per il personale sanitario, senza ventilatori e senza struttura di raccolta, ricezione e analisi tamponi – era “pronta“.

Il lockdown funziona?

Ora la questione, dopo un lockdown previsto fino al 3 aprile, esteso al 13 aprile, prorogato al 3 maggio, è se funziona o meno. La risposta, temiamo, è nel continuo rinvio del giorno di “apertura”. Ogni proroga rivela una previsione fallata, una tempistica studiata a tavolino e lì rimasta, mentre il Paese reale soffre l’impossibile prima di soffrire le conseguenze economiche di queste scelte.  Il 2 marzo i morti erano 52, due giorni dopo, il 4 marzo, erano 107, raddoppiati. Non c’era ragione alcuna, in un’Italia del tutto impreparata, per pensare che il trend potesse avere un’inversione. E, infatti, il 12 marzo sono 1016, il 19 marzo 3.405.

Intanto la Protezione Civile, ogni giorno, immancabilmente, porta all’attenzione del Paese i numeri del contagio. Non si comprende se per certificare un fallimento o intimorire l’opinione pubblica e indurla a non violare il lockdown. Di affidabile i numeri hanno poco: in tempi normali raccogliere informazioni da fonti diverse – le Regioni, ognuna con un sistema sanitario e propri criteri di raccolta dati – avrebbe difficilmente reso possibile una valida elaborazione e raffronto dei dati. Proibitivo ora, giorno per giorno, ad un ritmo così sostenuto. Se ne accorgono presto tutti. E’ lo stesso Angelo Borrelli a capo della Protezione Civile a riferire che il dato dei contagiati è fatalmente sottostimato. Si parla di un rapporto di 1 a dieci con un numero di positivi, in Italia, tra i 5 ed i 6 milioni. Il numero dei contagi non è reale, mai. L’unico elemento a fornirci indicazioni, molto vaghe, è la tendenza: se, al di là del numero che non conosciamo, il dato di cui parla la Protezione Civile progredisce o arretra. Gli elementi certi sono i morti – tralasciando le morti nascoste –  le terapie intensive e le degenze. Gli altri, guariti e persone in isolamento domiciliare soffrono una vaghezza non dissimile da quella sul numero dei contagi.

Cosa dicono i numeri che abbiamo

Ebbene dopo 45 giorni possiamo dire che il lockdown non funziona, o funziona poco, troppo poco. E’ una conclusione a cui sembra inevitabile giungere se si considera un elemento inizialmente dato per certo: dal contagio ai primi sintomi sarebbero intercorsi mediamente 14 giorni. Così hanno ripetuto. Questo avrebbe significato che, dopo 15 giorni di lockdown, le persone contagiate il 10 marzo, ma senza sintomi, avrebbero dovuto manifestarli al più tardi il 25 marzo. A quella data avemmo dovuto avere il “picco” e un’inversione di tendenza più o meno rapida, la famosa discesa. Non è un caso che la prima data per la fine del lockdown era al 3 aprile quando, presumibilmente, il Governo ed esperti ritenevano sarebbe  iniziata, da qualche giorno, la fase discendente.

Quali sono stati, invece, i dati del 25 marzo e del 3 aprile?  7.503 morti il 25 marzo e 14.681 il 3 aprile. Le persone in terapia intensiva passano da 3.489 a 4.068, i ricoverati da 23.112 a 28.741, quelle in isolamento domiciliare sono 30.920 il 25 marzo e 52.570 il 3 aprile. Ci sono milioni di persone a casa, per le quali la possibilità di contagio è ridotta drasticamente. Ma non c’è inversione di tendenza.

Il Governo rilancia e fissa la fine del lockdown al 13 aprile. Quali sono i numeri quel giorno? I morti  passano da 14.681 a 20.465, le persone in terapia intensiva da 4.068 a 3.268, i ricoverati da 28.741 a 28.063, le persone in isolamento domiciliare da 52.570 a 72.333. Le persone “ufficialmente” contagiate continuano a salire durante tutti i 45 giorni di lockdown.

Non trasformeremo l’Italia in un lazzaretto” disse il Premier. Era il 22 febbraio, ed era ancora in tempo. Il 15 aprile siamo a 165.155 malati, un numero enorme ed enormemente sottostimato per ammissione dei tecnici. Ma, al di là del numero, rileva la tendenza, costante, all’incremento dei contagi con valori di crescita intorno a 2-3% sul dato complessivo. Mai un segno meno. Cosa fa allora il Governo? Fissa una nuova proroga, al 3 maggio, e parla di fase 2, e riaperture. Ma siamo ancora nella prima fase, è evidente. Se il Premier ha deciso un lockdown quando i deceduti erano 463, in terapia intensiva 733, i ricoverati 4.326 e le persone in isolamento 2.936, è impensabile una riapertura con numeri sopra quella soglia. E pensare si scenda rapidamente prima del 3 maggio sembra realistico?

Il Premier sembra in un cul de sac, e questa è una sciagura per il Paese. Non ha predisposto controffensive quando era in tempo, ha deciso il lockdown tardi e con molte incertezze, teme il collasso economico e ha fretta di riaprire. Siamo drammaticamente in affanno sul programma. Dopo 45 giorni l’unico risultato tangibile è l’implosione della capacità produttive. C’è da non dormirci la notte. Il Premier è tra due fuochi: gli industriali chiedono di riaprire, il mondo scientifico il contrario. Hanno ragione entrambi. Conte tenta la carta del “team di esperti”: una decisione a metà che rivela il disperato bisogno di una responsabilità collegiale che lo sollevi da un peso insostenibile, anche per uomini di Stato con ben altra caratura.

Un problema di metodo e di merito

Parliamo di metodo. Sarebbe stato utile, anche al premier, fissare soglie numeriche per stabilire sia la gradualità del lockdown sia l’allentamento delle misure. Se lo avesse fatto, tutti, lui per primo, saremmo stati in grado di comprendere in che punto della notte eravamo. Dire, per esempio, che il lockdown si sarebbe attuato superata la soglia dei 50 decessi e dei 1000 ricoveri avrebbe preparato a quanto stava per accadere, senza disordinate fughe al Sud. Dire, al contrario, che l’allentamento del lockdown avrebbe avuto inizio quando la decrescita si fosse assestata su valori simili, o su una regressione significativa, predeterminata in origine, avrebbe sollevato Palazzo Chigi dallo straziante rito che ha portato a stabilire, tre volte, il periodo di contenimento.

C’è anche un problema di merito: il Governo non è ancora riuscito ad rendere agevole e ragionevole  l’accesso a dispositivi di protezione che potrebbero essere obbligatori per la popolazione dopo due mesi di lockdown. E chissà per quanto tempo. E’ un problema di reperibilità e di costi. Un ostacolo pratico, enorme, un aggravio economico di non minore entità. C’è da augurarsi che, travolti dalla prima ondata, l’Italia non si trovi scoperta dinanzi alle seconda che dovrebbe presentarsi, dicono gli esperti singolarmente in accordo sul punto, entro l’autunno.

Quello che non è stato fatto

Qualche alternativa alla modalità di lockdown c’era sopratutto dinanzi al dato, paradossale, secondo cui parte significativa di contagi sarebbe attualmente di natura famigliare. Ci contagiamo chiusi nelle quattro mura a cui il Governo ci costringe.

Un’eventualità che non sembra presa in considerazione era quella di un lockdown limitato a particolari fasce di età: gli anziani in larga parte fuori dall’attività produttiva. L’economia del Paese non ne avrebbe risentito. Ragionevole la chiusura delle scuole e la limitazione a luoghi ed eventi che creano assembramento. Per le attività produttive erano da attuare, subito, regole pensate ex novo a tutela della forza lavoro: uffici e fabbriche con fasce orarie dalle 5 del mattino alle 10 di sera, alcune attività convertite in notturna così da ridurre del 50% ed oltre l’interazione tra le persone. Allo stesso tempo si doveva procedere al ripristino di presidi sanitari dismessi e la creazione di nuovi, così da contenere l’impatto sulle realtà ospedaliere. In altre parole, senza chiudere l’Italia, senza uccidere l’economia: attuare prima e subito quello che si sta pensando ora.

Le domande che restano sul tavolo

Oltre alla paura restano le domande. Una figlia delle altre.  E sono domande che, dopo mesi di pandemia, non trovano risposte certe e pesano, queste risposte vaghe e assenti. Vorremmo sapere che senso ha, propriamente, parlare di “guariti” se non abbiamo una cura. Non ci è stato detto se i guariti lo sono davvero, se possono incorrere in ricadute e contagiare gli altri e quanti giorni dopo la guarigione. Non è noto per quanto tempo i guariti sono stati in degenza, quante persone entrate in terapia intensiva si sono salvate e dopo quanto tempo. Non sappiamo se gli asintomatici guariscono, se hanno solo una debolissima, innocua, ma permanente presenza del virus e se questo li rende immuni o passabili di ricadute per loro stessi e di contagio per gli altri. Domande cruciali, attuali e concrete, che dovrebbero trovare risposta davanti alla casistica ormai sterminata del Covid-19. Domande che vorremo sulla scrivania di Palazzo Chigi, quando verrà firmato il prossimo decreto, quello successivo e quello dopo. Si è fatto tardi e siamo al buio, ormai, e nè la Scienza nè il Palazzo sembrano in grado di accendere una luce, ora.

 

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