“Se infettiamo giovani volontari i tempi per un vaccino si riducono”

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Il Professore del San Raffaele Roberto Burioni ha spiegato come, per ridurre notevolmente i tempi di un vaccino contro il Coronavirus, si stia ipotizzando infettare un campione considerevole di volontari. 

Infettare giovani volontari - Leggilo.org

 

Il virologo e Professore Ordinario di Microbiologia e Virologia presso l’Università Vita San Raffaele di Milano, Roberto Burioni, ospite di Fabio Fazio nella trasmissione “Che tempo che fa”, su Rai Uno, ha parlato dei grandi passi in avanti fatti dalla Comunità Scientifica Internazionale per la ricerca di un vaccino per il Covid-19. Burioni ha parlato di alcune iniziative che si stanno prendendo in considerazione per accelerare i tempi: “Come si fa per capire se un vaccino funziona? Si prendono 4mila persone, 2mila si vaccinano e 2mila no: poi si seguono nel tempo per vedere se tra i non vaccinati c’è maggiore incidenza della malattia. Questo richiede molto tempo”. Tuttavia, Burioni ha parlato dell’ipotesi di sperimentare il vaccino su dei volontari, persone giovani che si vaccinano e che poi si prova ad infettare. “Se questo venisse eticamente accettato noi potremmo ridurre quell’anno a pochi mesi”, spiega Burioni.

In collegamento da Pittsburgh, il Professor Andrea Gambotto, ricercatore membro del team che lo scorso 2 aprile ha pubblicato la ricerca sul vaccino cerotto contro il Covid-19, ha spiegato i progressi fatti sul tema: “Il target del vaccino è una proteina chiamata ‘spike’, la chiave d’entrata del virus nella cellula umana”. Lo studio si ricollega a quello già effettuato nel 2003 contro la Sars, prima ricerca per la realizzazione di un vaccino contro il Coronavirus. Continua il Professore: “La sorpresa potrebbe essere lanciare questo vaccino velocemente. Usando questo vaccino in aree dove il virus è pandemico si ha molto più velocemente la risposta se funziona o meno”.

“Siamo a tutti a rischio”

Il noto virologo ha inoltre parlato di quella che sarà la cosiddetta fase 2, così definita dal Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, quella in cui si dovrebbe convivere con il virus. Come spiega Il Messaggero, per il Professore il periodo di alleggerimento delle misure di quarantena, che sono state prolungate sino al 3 maggio, è una fase rischiosa a cui il nostro Paese dovrà arrivare organizzato. Si rischia, così come avvenuto in Giappone o ad Hong Kong, il ritorno dei contagi.

Spiega Burioni: “Quello che noi stiamo imparando da questo virus è che la contagiosità è molto superiore a quella che pensavamo e molta viene da persone che non hanno sintomi quindi tutti dobbiamo considerarci malati, tutti potremmo essere infettivi. Sarà dunque necessario iniziare ad uscire solo con le protezioni, ormai obbligatorie in quasi tutte le Regioni, e aumentare i test da effettuare a tappeto nelle aree appena uscite dai focolai. Come spiega Il Corriere della Sera, per il virologo del San Raffaele si potrebbe tentare su larga scala l’esperimento già testato negli impianti Ferrari e FCA, che consiste nel monitoraggio degli infetti. Inoltre, all’interno delle aziende che riaprono, dovrebbe esserci un medico in servizio 24 ore su 24. Allo stesso modo anche un familiare di un dipendente, che mostra i classici sintomi, deve poter accedere velocemente al tampone.

Si è discusso in seguito del progetto, già adottato dalla Corea del Sud, di utilizzare un app per tracciare i contatti di una persona rivelatasi infetta, per facilitare a ricostruire a ritroso i suoi incontri, in modo da circoscrivere l’infezione. Continua il virologo: “Quando usciamo dovremo portare tutti le mascherine, e su questo dobbiamo cominciare a prepararci. Serve fare più tamponi, tantissimi test, perché questa malattia può durare anche un mese. E poi, servono le app per tracciare tutti i contatti”.

Fonte: Il Messaggero, Il Corriere della Sera, Che Tempo che fa

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