I medici dell’Ospedale di Codogno indagati. La Procura: “Si è lamentato il premier”

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Gli operatori del presidio della provincia di Lodi hanno risposto agli attacchi del Presidente Giuseppe Conte, che nei giorni scorsi aveva parlato di protocolli non rispettati in Lombardia. 

Codogno - Giuseppe Conte - Leggilo.org

 

Non si placa la polemica tra il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte e la Regione Lombardia. Nei giorni scorsi, il Premier aveva accusato i primi ospedali che si sono ritrovati a contrastare il virus di non non aver rispettato i protocolli previsti dall’Istituto Superiore della Santià e le direttive del Ministero della Salute. Spiegava il Premier: “C’è stato un focolaio e di lì si è diffusa anche per una gestione di una struttura ospedaliera non del tutto propria secondo i protocolli prudenti che si raccomandano in questi casi, e questo ha contribuito alla diffusione”. Parole che avevano scatenato a stretto giro la risposta dell’Assessore lombardo al Welfare Giulio Gallera che aveva a sua volta accusato il Governo: “Una dichiarazione inaccettabile da un persona ignorante. Il problema è che Conte non conosce i protocolli e cerca di coprire le falle gigantesche del sistema della Protezione Civile, che non sta dando risposte per i problemi che avrebbe dovuto prevedere e predisporre”.

Ma la vicenda non sembra destinata a concludersi con uno scambio di battute. Come spiega Il Tempo, la Procura di Lodi ha aperto un’inchiesta e il nucleo dei Carabinieri NAS di Cremona si sono recati nei tre presidi sanitari Codogno, Casalpusterlengo e di Lodi, epicentro del focolaio lombardo, ed hanno sequestrato le cartelle cliniche dei primi pazienti ammalatisi. Nel mirino dei PM, eventuali omissioni e defezioni sui controlli, che avrebbero poi favorito il contagio di altri paziente, nonchè degli stessi medici di turno quel giorno. Come conferma il procuratore Domenico Chiaro, dopo le parole del Premier Conte, l’apertura di un fascicolo era quasi inevitabile: “Avviata d’ufficio a seguito delle concordanti informazioni giornalistiche che evidenziavano ritardi od omissioni nella gestione del predetto paziente e che hanno trovato conferma nelle dichiarazioni di un autorevolissimo esponente delle istituzioni”. E conclude: “L’ iscrizione di procedimento, allo stato a carico di ignoti è apparsa doverosa, seppur con la consapevolezza che ogni eventuale responsabilità è tutta ancora da dimostrare nel pieno rispetto delle garanzie difensive”.

Intanto è arrivata anche la risposta dei medici dell’Ospedale di Codogno, che si sono ritrovati dinanzi il paziente attualmente considerato il primo contagiato, Mattia 38enne dirigente dell’Unilever di Casalpusterlengo. Come riporta Repubblica, Giorgio Scanzi Primario di Medicina del presidio, racconta quei giorni: “Abbiamo applicato protocolli e direttive di Istituto superiore di sanità, Oms e Ministero della Salute. Nessuno di loro avrebbe suggerito tampone e isolamento per un italiano con i sintomi classici dell’influenza, non reduce dalla Cina e che non dichiara contatti con persone provenienti da là. Appena il quadro è cambiato, il protocollo è stato seguito”. Come aggiunge Il Giornale, l’Ospedale di Codogno ha effettivamente seguito i protocolli, previsti dalla circolare emanata dal Ministero della Salute e datata 27 gennaio. Il tampone per il test per il nuovo Coronavirus, al tempo, doveva essere sottoposto soltanto a pazienti considerati sospetti. Per sospetti si intende, come si legge nella direttiva: “Una persona che evidenzia una infezione respiratoria acuta grave con febbre e tosse che ha richiesto il ricovero in ospedale e che abbia una “storia di viaggi o residenza in aree a rischio della Cina, nei 14 giorni precedenti l’insorgenza della sintomatologia”. E, sempre nella direttiva, si indica come sospetto: “Un operatore sanitario che ha lavorato in un ambiente dove si stanno curando pazienti con infezioni respiratorie acute gravi ad eziologia sconosciuta, oppure lavorato o frequentato una struttura sanitaria dove sono stati ricoverati pazienti con infezioni nosocomiali da 2019-nCov”. Dunque sembrano essere stati applicati tutti i protocolli previsti. Il 38enne di Codogno, sentitosi male venerdì 14 febbraio, da Codogno si era recato dal suo medico di base, Luca Pellegrini, purtroppo anch’egli contagiato, a Castiglione D’Adda. Credendo si trattasse di un’influenza gli prescrisse medicinali di rito. Domenica 16, ormai con febbre alta, si è recato in Ospedale. Non aveva indicato collegamenti, nemmeno indiretti, con la Cina. La moglie, incinta, era asintomatica e stava bene. Si era continuata a battere la strada dell’influenza stagionale ed stato rimandato a casa. Mercoledì 18, con la febbre ancora alta è stato ricoverato in osservazione in Medicina. Solo giovedì 18, quando si sono presentati gravi problemi respiratori, la moglie ha raccontato della famosa cena con un collega rientrato dalla Cina il 21 gennaio. L’uomo tuttavia è risultato negativo ai test.

Solo in quel momento era scattato il tampone. Il dottor Scanzi continua: “Abbiamo fatto il nostro dovere. Dal primo istante dell’emergenza non abbiamo lasciato i nostri ammalati nemmeno per un istante. Alcuni di noi, tra medici e infermieri si sono infettati. Non siamo eroi e non pretendiamo gratitudine per il nostro lavoro: ma ascoltare dalle massime cariche dello Stato certe parole, fa male e ci umilia”. E infine un’aspra critica alla risposta istituzionale all’emergenza sanitaria: “Una falla forse si è aperta dopo la prima diagnosi. Tra giovedì pomeriggio e venerdì l’ospedale infettato non è stata chiuso. A personale e degenti non sono state fornite mascherine. Gli ambienti non sono stati disinfettati. Non erano disponibili tamponi per tutti. L’epidemia ha potuto moltiplicarsi. Simili interventi non sono però compito di chi cura i malati”. 

Come aggiunge Tgcom24, le proteste dei medici che lavorano nella ‘zona rossa’ sono state rilanciate dall’Ordine dei Medici Nazionale. Gravissima la situazione all’Ospedale di Codogno: tre infermieri del reparto di Medicina, che sono stati a contatto con il paziente uno, sono in turno interrottamente dal 20 febbraio e nessuno vuole dare loro il cambio. Uno dei tre, che ha accusato sintomi di febbre, si è messo in auto quarantena in un locale dell’ambulatorio. Due dottoresse, una delle quali risultata positiva e in auto quarantena nel suo studio insieme alla collega in attesa del riscontro del campione, che si trovano a Castiglione D’Adda hanno denunciato una situazione insostenibile: “Hanno mandato un solo sostituto con due mascherine, per un raggio di 6mila persone. Tutti i pazienti che abbiamo visitato a domicilio dal 10 febbraio per patologie respiratorie sono risultati positivi al coronavirus. Io ne ho visti 7, e 6 la mia collega. Due di loro sono morti e 6 di cui abbiamo notizia sono in rianimazione”. E continuano: “Abbiamo pazienti con polmoniti da Covid-19 accertati lasciati a domicilio perché non gravi ma devono essere visitati. Anziani malati, oncologici a domicilio a cui hanno annullato tutte le visite e si sentono abbandonati”. Incredibilmente nelle zone del focolaio mancano i medici. L’Ospedale di Codogno ha chiesto agli altri presidi della Lombardia di farsi carico degli altri pazienti, non affetti dal Coronavirus, ma ancora nessuna risposta è arrivata e non ci sono indicazioni in tal senso da parte del Ministero della Salute.

 

Fonte: Repubblica, Il Giornale, Il Tempo, Tgcom24

 

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