“Di Maio? Si doveva dimettere, da tempo”. I Cinque Stelle alla resa dei conti

0
2

Tra fughe e promesse di vendette, il Movimento è nella sua fase più critica. “Il PD ci ha messo spalle al muro” è la critica più frequente a Di Maio.

 

 

 

La guerra all’interno del Movimento 5 Stelle è cominciata e una pericolosissima implosione rischia di travolgere tutta la politica nostrana. L’espulsione del senatore Gianluigi Paragone, le dimissioni del Ministro dell’Istruzione Lorenzo Fioramonti, sono problemi troppo grandi per essere ignorati. Il capo politico grillino Luigi Di Maio adesso non può scappare. Ma invece di cercare di salvare il salvabile, il politico pomiglianese alza un fortino con i suoi, pochi, fedelissimi e promette battaglia. Dal Collegio dei Probiviri sono pronte altre missive. Chi non si mette in regola con i pagamenti del 2019, poichè ogni parlamentare deve 2mila euro al Movimento e 300 euro al mese alla Casaleggio Associati per l’utilizzo della piattaforma Rousseau, rischia di essere trascinato in Tribunale. Non si è riesce a capire a che gioco stia giocando Di Maio. La situazione è davvero critica e preoccupa gli alleati di Governo. Spiega Monica Guerzoni sul Corriere della Sera, il capo politico del M5S non ha ben chiaro che la partita si gioca con i numeri in Parlamento. A Montecitorio, i deputati grillini sono scesi da 222 a 216. Ed è solo l’inizio. Già perchè le defezioni di Paragone e Fioramonti porteranno lunghi strascichi. L’ex Ministro sta lavorando per la realizzazione del suo movimento politico, di ispirazione ambientalista, che piace molto ad una parte del Movimento, che dovrebbe chiamarsi “Eco”. Come rivela lo stesso quotidiano milanese, all’indirizzo di Fioramonti guardano numerosi parlamentari. Si fanno i nomi di Nadia Aprile, Rachele Silvestri, Massimiliano De Toma, Andrea Vallascas, Roberto Cataldi, Nunzio Angiola e Gianluca Rospi. A cui vanno aggiunti gli ex 5 Stelle iscritti al Misto, come Gloria Vizzini, Sara Cunial, Veronica Giannone e Andrea Cecconi. Verso Floramonti si muove anche il radicale Alessandro Fusacchia, ora nel Misto. Ma il nome che potrebbe clamorosamente abbandonare il Movimento è quello del deputato toscano Luigi Gallo. Non uno di quelli che ama stare sotto i riflettori, ma di certo uno che c’è dalla fondazione dei “meet-up” di Beppe Grillo. E se uno come lui abbandona la nave, significa che la nave sta per affondare. Molto vicino al Presidente della Camera Roberto Fico, è da giorni in contatto con Fioramonti. Da lì potrebbe nascere un’alternativa, prima parlamentare e poi politica, all’attuale Movimento.

M5S, resa dei conti Leggilo.Org

Chi ha piani decisamente diversi è Paragone. Spalleggiato, immediatamente, dall’ex deputato Alessandro Di Battista, ha promesso una “battaglia politica, ma anche legale, per ristabilire la verità”. Perchè, a dire dell’ex direttore di Radio Padania, a tradire i valori del Movimento è stato Luigi Di Maio, non certo lui. In tandem con Di Battista si può provare la scalata al Movimento per per defenestrare il Ministro degli Esteri. E forse non esiste qualcosa di più “vecchio partito” di questo. L’ex deputato romano gode dell’appoggio della base: si è schierato contro apertamente al Governo Conte II e non è invischiato nelle capriole politiche di Di Maio. E non è un caso che Di Battista abbia, per difendere Paragone, detto che il senatore espulso è: “Più grillino lui di tanti che si professano tali”. Quel “grillino” che non piace più a Di Maio, che ricorda troppo un Movimento pre-Palazzo. Mentre al Senato la clamorosa fuga dei senatori Urraro, Grassi e Lucidi, passati alla Lega, assottiglia sempre di più la Maggioranza parlamentare, i dirigenti M5S cercano di correre ai ripari. C’è però da superare i poteri del capo politico. Quel Di Maio che non capì di dover fare spazio già dalle scorse elezioni europee.

Giarrusso: “Cacciare me? Lasci Di Maio”

Altro nodo per Di Maio è il senatore Mario Michele Giarrusso, uno di quelli che in Sicilia hanno fatto stravincere il Movimento in tutti i collegi della Regione alle politiche del 2018. E uno di quelli che non vuole andarsene. In una recente intervista rilasciata sempre al Corriere della Sera, il senatore ha parlato delle recenti polemiche sui rimborsi mancati. Dando però una spiegazione del motivo per cui, nel 2019, non ha restituito in nessuna occasione una parte del suo stipendio pubblico. Racconta Giarrusso: “Questi soldi li ho dovuti accantonare per affrontare cause civili e penali che sono state intentate contro di me per quanto ho fatto nell’ambito della mia attività politica. Quella penale più rilevante, per cui sono stato rinviato a giudizio, riguarda la querela sporta dall’allora candidata sindaca di Agira, per un post sul blog di Beppe Grillo in cui denunciavo le ombre mafiose nella campagna elettorale del Pd di Enna. Per un altra causa civile a Porto Empedocle mi vengono invece chiesti 50 mila euro. Il M5S non contribuisce in alcun modo”. Poi una stoccata a Luigi Di Maio: “Abbiamo regalato un altro ministero ad un altro esponente di area PD come Gaetano Manfredi. Un dicastero importante come l’Università lo abbiamo regalato a un barone. La nostra leadership nel governo è sempre più debole, praticamente siamo in minoranza pur avendo il 37% dei parlamentari. Di Maio deve lasciare: è lui il responsabile di tutto”. Insomma, fuoco interno e dall’esterno per il capo politico. La partita è appena cominciata.

 

Fonte: Corriere della Sera

 

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui